Lost in transition. Biblioteche e strategie di cooperazione tra stampa e digitale

Testo della lectio magistralis tenuta da Tommaso Giordano all’Assemblea AIB

Roma, 24 novembre 2017

Negli anni  Novanta del secolo scorso è iniziato un mutamento  senza  precedenti nella storia millenaria delle biblioteche, i cui esiti appaiono tuttora alquanto incerti. Sappiamo bene che cambiamenti altrettanto rapidi e radicali si stanno verificando   in molti altri settori dell’attività umana,  ma qui concentreremo  l’attenzione sul nostro spazio specifico, pur consapevoli che i confini sono oggi molto labili e le relazioni con i territori vicini sono sempre più complesse.

Il termine ‘transizione’ – usato per definire il periodo  che stiamo vivendo – indica il passaggio da una situazione a un’altra, una fase evolutiva intermedia, “nella quale si altera la condizione, per lo più di approssimativo equilibrio, che si aveva nella fase iniziale, e che dà luogo poi a una nuova condizione di equilibrio” (dal Vocabolario Treccani). Ricorrendo al linguaggio dell’epistemologo potremmo  parlare di fase inter-paradigmatica in cui vengono messe in discussione o abbandonati gli schemi del vecchio paradigma senza tuttavia riuscire ancora ad individuare un nuovo punto di equilibrio. Una fase in cui le conoscenze basate sui principi del paradigma precedente perdono valore  e risultano inadatte a interpretare la nuova situazione e persino controproducenti per la gestione del cambiamento.  “Non si può risolvere un problema con lo stesso pensiero che l’ha originato”: il monito di Albert Einstein è oggi più mai attuale.

Pare evidente che la gestione della transizione è tuttora nelle mani di una  generazione educata e in parte fin troppo legata alla cultura e ai metodi del vecchio paradigma, spesso distratta dal vociare dei neofiti entusiasti e dai mugugni degli apocalittici. Ho l’impressione che le idee e i progetti oggi in corso sono per lo più tentativi di governare il cambiamento, prodotti di fase di  un processo di maturazione che richiederà tempi lunghi per potersi compiere e che spetterà alla nuova generazione, quella dei millennias, comporre il nuovo quadro di riferimento.  Un processo che può essere paragonato alle eliminatorie di un lungo torneo in cui i diversi contendenti, cercano di guadagnare buone posizioni, onde acquisire il diritto di arrivare alle finali.  D’altro canto restare inerti in questa fase significa in buona sostanza chiamarsi fuori dalla partita, autoescludersi. Una partita che si fa sempre più dura e complicata,  dove le biblioteche sono chiamate a confrontarsi  con soggetti ben attrezzati e determinati a entrare nello spazio  ad esse riservato per  convenzione secolare. Ormai i grandi repositories di collezioni digitali, come Google books,  superano in termini petabytes   le più grandi biblioteche del pianeta, le banche dati dei grandi  editori internazionali possono  fornire velocemente in tutto il globo servizi una volta ottenibili solo attraverso le biblioteche più dotate; reti commerciali come Amazon sono in grado di consegnarci a casa qualsiasi libro reperibile sul mercato. Ovviamente tutto questo presuppone determinate condizioni di base che non tutte le persone si possono permettere.

1. Di fronte all’abbondanza di internet le biblioteche appaiono povere, anacronistiche astruse. I loro cataloghi confrontati  ai potenti motori di ricerca si presentano  antiquati e rudimentali.  Ci si domanda quale strategia adottare perché la biblioteca continui ad avere un ruolo  nella società dell’informazione, se chiudersi nella difesa del perimetro tradizionale o esplorare nuovi percorsi, per affermare i valori di libertà e di progresso che hanno contraddistinta questa istituzione nella società moderna. In fondo la biblioteca che noi conosciamo è solo uno dei modelli attraverso i quali si è evoluta la sua storia millenaria.  Suona profetico l’avvertimento del grande filologo Giorgio Pasquali nella voce Biblioteca da lui redatta per la prima edizione dell’Enciclopedia italiana Treccani: “Non conviene dimenticare che in una età nella quale la stampa non era ancora inventata, la biblioteca non era soltanto raccolta ma anche officina di manoscritti, che colà i rotoli non venivano solo acquistati ma anche copiati. E l’attività dei dotti che la reggevano non si limitava naturalmente alla riproduzione materiale, ma assumeva necessariamente carattere critico. Recensendo opere conservate in esemplari talvolta numerosi, ma sempre, come di necessità, in qualche modo difettosi, recensendo ben più che emendando, i dotti del museo, cioè della biblioteca, crearono le prime edizioni in certo modo critiche”.

2. Le collezioni a stampa sono il cuore della biblioteca gutemberghiana, elemento caratterizzante della sua identità e misura del suo prestigio. I costi di acquisizione di pubblicazioni e dell’infrastruttura per la gestione delle collezioni assorbivano e assorbono tuttora una quota importante del bilancio delle biblioteche. L’immissione in rete di milioni di titoli provenienti dai grandi progetti di digitalizzazione di massa, in parte a libero accesso, la disponibilità di collezioni retrospettive e correnti di importanti editori internazionali e locali, le pubblicazioni open access,  stanno provocando una rivoluzione  dei metodi di gestione delle collezioni sia digitali che cartacee e la trasformazione della stessa struttura fisica della biblioteca. L’accesso  in linea dei surrogati digitali rende ridondante la conservazione  illimitata di copie degli originali cartacei. Le biblioteche si confrontano  ormai da qualche decennio con un problema strutturale di importanza decisiva per il loro futuro: dover sostenere da una parte l’infrastruttura tradizionale e allo stesso tempo investire nell’innovazione, con bilanci a crescita zero o sotto zero, come spesso è accaduto in  questi ultimi anni di tagli alla spesa pubblica. In assenza di risorse supplementari  le biblioteche per mantenersi al passo con l’innovazione sono indotte a  spostare le risorse disponibili verso l’acquisizione di pubblicazioni elettroniche e altri settori in ascesa come i servizi di accesso e discovery, l’open access o l’allestimento di nuovi spazi da destinare al pubblico. Di conseguenza  diminuire i costi dell’infrastruttura tradizionale è diventata la priorità per molte biblioteche. La riqualificazione degli spazi e la scarsa disponibilità a investire in nuovi edifici  è uno dei driver decisivi delle iniziative gestione condivisa delle collezioni a stampa degli ultimi anni. Se solo un decennio fa  l’alternativa più ovvia per la collocazione dei libri poco usati, consisteva in un magazzino off–site da condividere fra più biblioteche, a ognuna delle quali era assegnato una certa quota di scaffali, oggi questa soluzione, appare superata. Infatti non è più lo spazio che si intende condividere ma le collezioni stesse, in altre parole le biblioteche collaborano per costruire una ‘collezione collettiva’, allo scopo conservarla e renderla accessibile nel lungo termine. Per collezione collettiva qui si intende la gestione unificata e condivisa di raccolte formate dalla selezione, de-duplicazione e fusione di documenti messi a disposizione dalle biblioteche partecipanti sulla base di criteri prestabiliti. Tra questi il numero di copie accettate per ciascuna pubblicazione, le misure di tutela e sicurezza, gli accordi di ownership, vale a dire se la proprietà delle pubblicazioni accettate dal programma è lasciata alle biblioteche oppure è ceduta al programma stesso, che normalmente fa capo a un consorzio. Se l’obiettivo di lungo termine è  garantire la conservazione, quello di breve termine è di  guadagnare spazio, come attestano i rapporti annuali di questi programmi che  non mancano di mettere in evidenza la  valutazione dettagliata delle economie realizzate.
In anni più recenti il modello centralizzato (basato su un magazzino) sembra cedere il passo al modello distribuito, che ha il vantaggio di non richiedere gli investimenti iniziali per la costruzione e l’allestimento di un edificio destinato questo scopo. Infatti la soluzione distribuita prevede l’assunzione di responsabilità diretta delle singole biblioteche partecipanti, alcune delle quali si impegnano a conservare nei propri magazzini un certo segmento della collezione collettiva.

Qualche esempio:

WEST (Western Regional Storage Trust)[1] è un programma di archiviazione distribuita di periodici operante nell’Ovest degli Stati Uniti. L’archivio, al quale aderiscono 40 membri in 18 stati, comprende più di 20.000 titoli, corrispondenti a circa 500.000 volumi. Il programma, iniziato nel 2009 prevede differenti livelli di  partecipazione e di responsabilità (come quella di conservare nei propri magazzini parti della collezione condivisa). La proprietà delle collezioni può essere ceduta al programma, come in effetti avviene nella maggioranza dei casi, o mantenuta dalla biblioteca di origine.

United Kingdom Research Reserve (UKRR)[2] è un programma cooperativo per la conservazione dei periodici sviluppato dalle biblioteche universitarie e di ricerca e dalla British Library. Iniziato nel 2007, con una prima fase limitata a 9  biblioteche, attualmente comprende 29 partner. Il programma integra il modello distribuito e quello centralizzato: infatti,  è prevista la conservazione di tre copie di ogni titolo, di cui una destinata alla BL Document Supply Center e le altre due conservate dalle biblioteche aderenti al programma.

Hati Trust è un deposito di contenuti digitali su larga scala delle biblioteche di ricerca. Iniziato nel 2008, contiene attualmente circa 16 milioni  di volumi in formato digitale (di cui circa 8 milioni titoli di monografie)  il 37 % dei quali a libero accesso. Le copie digitali  depositate dalle biblioteche partner, provengono da diverse fonti,  principalmente Google Books. Delle 130 istituzioni partner (di cui alcune fuori dagli USA) 50 biblioteche collaborano allo sviluppo di Hati Trust Shared Print Program,[3] il cui scopo è di garantire la conservazione a lungo termine degli originali cartacei dei titoli in versione digitale contenuti nella base dati. Ciascuna delle biblioteche partecipanti si assume la responsabilità di conservare una certa quota di  volumi cartacei per 25 anni (utilizzando strutture già esistenti).

3. È evidente che tali programmi sono concepibili solo in ambiente di rete. Come accade in altri campi dell’attività umana – dalle relazioni personali al mondo produttivo – la rete sta riconfigurando le relazioni tra le biblioteche, influendo anche sulla  trasformazione della loro struttura fisica. In un tale contesto è possibile collaborare su livelli diversi di scala (locale, nazionale, o globale). Non a caso negli ultimi anni lo sviluppo di piani di cooperazione nazionale  è un tema emergente in molti paesi, anche quelli  solitamente meno inclini a questo approccio , come gli Stati Uniti.  Nel 2016 un Working Group formato dai leader di importanti istituzioni e associazioni bibliotecarie e accademiche (come American Historical Association e Modern Language Association) ha prodotto un White Paper  che partendo  dalla costatazione che una singola istituzione per quanto potente non è in grado di trovare soluzioni soddisfacenti per la preservazione del patrimonio culturale, si appella a tutta “l’higher education community” per concertare un’azione comune.  Il Working Group propone un’agenda per  muovere verso un sistema nazionale di gestione delle collezioni a stampa, fondato sulla cooperazione di biblioteche e consorzi di diversa tipologia. Il  documento, disponibile in rete, è stato proposto alla discussione delle comunità bibliotecaria e accademica.[4]
Come si può intuire, la pianificazione e la gestione dei programmi  di cui abbiamo parlato sono attività impegnative e complesse. Innanzitutto bisogna avere un quadro chiaro della situazione delle collezioni oggetto del progetto. Il costo di l’analisi, selezione e trattamento dei documenti è stato spesso un fattore frenante per lo sviluppo dei programmi di gestione collettiva delle collezioni. Fortunatamente negli ultimi anni anche in questo campo la tecnologia ha fatto  un salto di qualità che sta rivoluzionando i metodi di gestione delle raccolte, come sta accadendo anche per gli acquisti con DDA (Demand Driven Acquisition).

Notevoli sono i contributi provenienti d’oltreoceano su questo tema. Vale pena qui soffermaci brevemente sulle metodologie e sui processi decisionali relativi alla gestione cooperativa delle collezioni (data driven decision-making for preservation), considerando qualche esempio.

PAPR (The Print Archives and Preservation Registry). [5] È una base dati lanciata nel 2012, dal Center for Research Libraries (CRL) in collaborazione con California Digital Library, allo scopo di supportare le biblioteche e i consorzi nei programmi  cooperativi di conservazione delle pubblicazioni seriali in modo efficiente ed economico. Infatti PAPR grazie alla collaborazione di numerose istituzioni (attualmente 42) ha sviluppato una base dati accessibile in linea (circa 10.000 titoli nel 2017), che indica accanto al titolo del periodico a stampa il posseduto dei maggiori programmi di conservazione e le eventuali edizioni elettroniche archiviate da Clockss e Portico. Il registro liberamente consultabile in linea si sta rivelaando sempre più indispensabile per il coordinamento delle politiche di conservazione dei periodici, anche ben oltre il territorio degli Stati Uniti e del Canada.

OCLC è una delle organizzazioni maggiormente impegnate sul tema del data driven decision-making for preservation applicato su grandi masse di dati. Dal  2005 OCLC svolge e pubblica ricerche sulle collezioni delle biblioteche in America e in Europa utilizzando come termine di confronto WorldCat,considerato la più grande base catalografica del globo. Le ricerche sono state condotte  su insiemi comprendenti decine di milioni titoli. Attraverso una griglia composta da diversi parametri (come lingua, data, livello bibliografico, copie possedute), si sono ottenute delle ‘radiografie’ del tutto inedite delle singole collezioni prese in esame e delle relazioni tra di esse. L’analisi ha fatto emergere i tassi di overlap fra i diversi insiemi, la ‘rarità relativa’ dei volumi posseduti, l’età delle collezioni e altri dati utili per pianificare programmi di gestione collettiva, come la  percentuale di titoli presentii in Hati Trust. Alcuni dati sono piuttosto sorprendenti. Ad esempio, su un insieme 18 milioni di titoli delle prime cinque grandi biblioteche che parteciparono  al progetto Google, risultava che il 61% era posseduto in unica copia solo da una delle biblioteche del gruppo. Ma in un contesto più ampio la percentuale di titoli in unica copia sarebbe destinata a scendere, mentre aumenterebbe la percentuale dei duplicati. Nel prossimo futuro – prevedono gli esperti di OCLC – le collezioni a stampa ‘ordinarie’, con alti tassi di ridondanza, saranno prevalentemente gestite a livello cooperativo, liberando spazi e risorse che potranno essere dedicate alla conservazione dei fondi speciali e delle collezioni rare, a progetti innovativi come open access, information literacy e altre attività di maggiore impatto.[6] Per accrescere l’efficienza operativa nella gestione di programmi cooperativi  su larga scala, OCLC ha lanciato un programma chiamato  Sustainable Collection Services,[7]  in grado di assistere le biblioteche con metodologie e strumenti per  la gestione collettiva delle collezioni. Questo servizio offre SCS Monograph Index e,  più recentemente, Green Glass, due applicazioni che permettono di  analizzare le collezioni di una biblioteca e di contestualizzarle all’interno di un determinato gruppo di biblioteche, fornendo  gli elementi per definire scenari e prendere decisioni consapevoli.

L’efficacia di questi strumenti dipende in buona parte dall’affidabilità dei dati catalografici su cui si basa l’analisi. Vien quasi da ridere pensando a quando all’apparire di Google, i soliti entusiasti profetizzavano l’imminente fine dei cataloghi. Ma i cataloghi sono destinati a durare, a evolvere e a recuperare un ruolo centrale nella misura in cui verranno riconfigurati e potenziati per rispondere  alle nuove esigenze. In questa direzione si  muove il progetto National Bibliographic Knowledge Base (NBK),[8] lanciato recentemente nel Regno Unito da Jisc in collaborazione con le organizzazioni delle biblioteche universitarie di ricerca e con la British Library. L’idea è di estendere e arricchire le capacità di COPAC (il catalogo collettivo di 90 biblioteche di ricerca del Regno Unito) sviluppando funzionalità che permettano di acquisire e trattare  velocemente grandi volumi di dati provenienti da fonti diverse. Il servizio deve consentire di gestire efficacemente le collezioni sia digitali che a stampa, integrando i dati di uso, le licenze, gli editori ed altre informazioni di carattere bibliografico e amministrativo. L’obiettivo è di includere 200 istituzioni, aggregando i metadati bibliografici  su scala nazionale in modo da consentire alle biblioteche di cooperare più efficacemente per la gestione delle collezioni e per fornire agli utenti un accesso più efficiente. Secondo i piani il sistema dovrebbe diventare operativo nel 2020.

4. Uno dei rischi più frequenti della transizione è perdere la bussola nella selva delle meraviglie della tecnologia. Cerchiamo dunque di riguadagnare l’orientamento e volgere uno sguardo critico al panorama circostante alla luce del monito Einstein, citato all’inizio. Vediamo che in molti paesi numerose biblioteche investono in progetti di digitalizzazione delle collezioni a stampa; le grandi biblioteche nazionali come British Library, Bibliothèque Nationale de France, Deutsche Nationalbibliothek, sviluppano importanti programmi per la gestione del deposito legale digitale di tutti i tipi di documenti compreso quelli visivi e sonori, per l’archiviazione del web, delle mail e perfino delle conversazioni sui social network. La domanda che mi pongo è se ha senso operare in questo modo al tempo in cui la massa di informazione  che risiede nella nuvola supera tutte le grandi biblioteche nazionali messe insieme. Fino a che punto è opportuno investire in progetti di digitalizzazione al tempo di Google Books e Internet Archive e altri simili programmi. Forse sarebbe il caso di scegliere obiettivi più mirati, valorizzare i fondi meno conosciuti, o riportare alla luce i contenuti delle numerose  miniere di letteratura grigia che si trovano nelle biblioteche.  C’è chi sostiene che  le biblioteche devono dedicarsi solo alla cura e conservazione delle collezione speciale e lasciare che i privati si occupino dell’editoria commerciale:[9] una stimolante provocazione che comprova anche senso disorientamento e di frustrazione che attualmente attraversa  il mondo delle biblioteche. Ma d’altra parte, di fronte a una produzione editoriale  così  vasta e variegata , non è un paradosso assegnare a una sola biblioteca il compito di conservare tutto ciò che viene pubblicato in un paese? E mai possibile che le biblioteche nazionali possano da sole svolgere questa funzione? Fino a che punto è opportuno investire nel deposito legale digitale quando – con l’attuale  normativa sul copyright  – i contenuti  possono essere consultati solo sul posto (un utente alla volta)?
Il problema è che tutte queste soluzioni sono ancora vincolate agli schemi del paradigma gutemberghiano, dove i centri di produzione sono abbastanza controllabili e dove il libro è una unità statica, isolata, che è  messa in relazioni con le altre unità dal catalogo della biblioteca, come parte della collezione. Mentre un documento digitale è di natura dinamica, instabile, collocato in una rete di collegamenti semantici, inscindibile dalla piattaforma originale. Che valore ha un documento elettronico privo dei suoi links? Fino a che punto vale pena conservare un e-book o una base di dati statistici privi delle sofisticate funzionalità della loro piattaforma originale?

Non sono certo io il primo a porre domande del genere. Gli osservatori più attenti da tempo richiamano l’attenzione su questi problemi.[10] Alcuni suggeriscono di aggiornare le norme sul copyright  affinché venga  previsto il deposito del codice sorgente,  in modo da far sopravvivere le piattaforme proprietarie quando sono abbandonate. Non saprei giudicare l’efficacia e congruità di una tale soluzione ma è evidente che siamo ancora lontani da intravedere una direzione. Ed è anche abbastanza evidente che le soluzioni che oggi riusciamo a immaginare prevedono un contesto cooperativo tendenzialmente globale,  in cui si possono sviluppare livelli diversi collaborazione non solo con gli istituti cui è tradizionalmente affidata la custodia della memoria (archivi, biblioteche e musei) ma anche con l’industria mediatica, che controlla il mondo dell’informazione e ha i mezzi che mancano alle biblioteche.

Con la trasformazione dei circuiti della conoscenza, le biblioteche perdono terreno perché non sono in grado di controllare l’informazione che oggi o è in  buona parte privatizzata dalle grandi compagnie dell’industria mediatica, o è disponibile liberamente in rete. Nella più parte dei casi l’utente va in biblioteca perché non sa cercare sulla rete o perché  cerca qualcosa che non è disponibile liberamente in rete e  non ha i mezzi per ottenerla. Forse da qui bisogna partire quando ci si chiede perché alcune biblioteche sono poco frequentate. Il problema del calo dell’utenza non si affronta con gli spettacoli o altre simili iniziative, oppure attirando i turisti a spasso per la città per mostrare le belle sale adornate di scaffali pieni di libri. Piuttosto chiediamoci se un filologo o uno storico può lavorare con profitto nelle meravigliose antiche biblioteche romane, quando è carente il supporto tecnologico di base, oppure mancano le più importanti basi dati umanistiche. Che cosa può offrire la biblioteca pubblica a un cittadino che cerca le statistiche l’OCDE  o di EUROSTAT, o a un medico di base che desidera consultare una rivista scientifica? Nei paesi scandinavi i contratti di licenze elettroniche con gli editori internazionali  e locali vengono sottoscritti a livello nazionale in modo che siano abilitate all’accesso tutte le biblioteche del paese. In Francia e in Germania alcune licenze elettroniche negoziate dalle biblioteche universitarie sono estese anche ad altre biblioteche del paese. Le biblioteche sono là dove gli utenti vanno per accedere alle basi dati distribuite dagli editori commerciali.  Sarebbe auspicabile anche in Italia la collaborazione tra  il Ministero dell’Istruzione e il Ministero dei Beni culturali in questo settore, in modo che alcune licenze acquisite dalle biblioteche delle università siano estese anche alle biblioteche statali e ad altre biblioteche di ricerca. Sarebbe anche opportuno lanciare un programma nazionale con l’obiettivo  di negoziare licenze con gli editori italiani  per tutte le biblioteche del territorio nazionale, in questo modo si renderebbe un grande servizio al pubblico delle biblioteche, oltre  incoraggiare  la lettura e sostenere l’editoria in lingua italiana.

Torniamo ora alla citazione di Giorgio Pasquali: “Non conviene dimenticare che in una età nella quale la stampa non era ancora inventata, una biblioteca non era soltanto raccolta ma anche officina di manoscritti […] e i dotti che la reggevano crearono le prime edizioni in un certo modo critiche”. Il bibliotecario come editor e la biblioteca come editore,  dunque.  Alcune tendenze in atto sembrano dare ragione a queste profetiche  note . Una delle funzioni importanti nella biblioteca nell’economia della conoscenza è  quella di centro di acquisto della produzione editoriale per metterla a disposizione del pubblico. Questo circuito a senso unico,  consolidato negli anni è messo in discussione in ambiente digitale.  Le biblioteche, nell’economia della conoscenza,  non sono solo lo acquirenti di informazione (libri, basi di dati ecc.) ma anche produttori di conoscenza.  Le iniziative editoriali  Open Access, i depositi istituzionali, i dati della ricerche (research data sets) e altri prodotti dell’attività accademica messi in rete dalle biblioteche di ricerca, oppure  le attività editoriali (self-publishing), le iniziative di public history, la documentazione  visiva e sonora e gli archivi  della memoria locale raccolti dalla biblioteche pubbliche, rappresentano oggi  settori emergenti in parte ancora poco strutturati o sperimentali, e tuttavia promettenti.

5. Infine l’Italia. Quando, circa mezzo secolo or sono, entrai nella professione bibliotecaria, le biblioteche statali rappresentavano la spina dorsale del sistema bibliotecario italiano e il punto di riferimento delle buone pratiche biblioteconomiche. Poi, verso gli anni Novanta mentre le biblioteche pubbliche e universitarie imboccano una fase di sviluppo e di rinnovamento – rallentata (purtroppo) dalla crisi economica degli ultimi dieci anni – per le biblioteche statali inizia un periodo di decadenza, accelerata dalla rovinosa riduzione di mezzi e di personale e da una serie di funeste e  improvvisate  riforme che hanno ingessato e annichilito questi istituti, lasciandoli ai margini dei processi di cambiamento e privandoli delle energie per autorinnovarsi. È stato giustamente notato come questi provvedimenti prescindano da qualsiasi considerazione della specificità dei singoli istituti, invece di “valorizzare la loro funzione le mortifica con una normativa forzatamente egualitaria”.[11] È stato anche rimarcato  come le più recenti riforme  “sottolineando la sola natura di raccolta storica di queste biblioteche, ne hanno voluto ignorare la loro componente più viva di strumento di informazione per la collettività”.[12] Le biblioteche statali sono organismi  complessi e delicati, di rilievo nazionale, ma strettamente legati alla storia e alla vita culturale delle città in cui si sono sviluppate; in molti casi questi istituti appaiono perfino inscindibili dai prestigiosi edifici che li ospitano, ma spesso distanti  dagli insediamenti universitari, dai flussi della vita cittadina e dai punti di aggregazione urbana. Come riconnettere queste biblioteche alla loro utenza naturale? Questo è un nodo da affrontare. Ho fatto ricorso in altre occasioni al termine “rammento” impiegato da Renzo Piano nei suoi interventi sulla gestione delle aree urbane, per sottolineare,  nel caso di interventi sull’organizzazione delle biblioteche storiche, l’opportunità di un approccio scrupoloso e creativo allo stesso tempo, intendo dire un metodo che dà più l’idea del lavoro di un artigiano che quello di un ingegnere. Ed è proprio quei disegni di astratta ingegneria amministrativo-biblioteconomica (come usava definirli Luigi Crocetti) che bisogna evitare, perché non hanno portato mai niente di buono alle biblioteche e che oggi, al tempo della rete, risultano irrimediabilmente anacronistici. Perché, all’epoca di Internet, è la rete con i suoi utenti che riconfigura le biblioteche non i burocrati dei ministeri. Che senso ha parlare di poli territoriali delle biblioteche statali? Ha senso se per polo si intende un sistema che aggrega  biblioteche di diversa tipologia, non in base al criterio di appartenenza amministrativa a ma in base a obiettivi comuni servizio. Era questo in buona sostanza il fulcro della strategia di cooperazione del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN), vale a dire l’integrazione delle biblioteche mediante la rete nazionale. Osserva Franca Arduini in un intenso articolo dedicato alla riforma Franceschini: Il “divario del settore statale rispetto a quello di ente locale e delle università non è stato colmato dall’unico strumento unificante delle biblioteche italiane costituito dal Servizio bibliotecario nazionale”. [13] Missione fallita dunque? Può darsi, ma l’obiettivo è quanto mai valido.

Ho molto apprezzato gli interventi di Andrea De Pasquale e di Luca Bellingeri sulle biblioteche statali apparsi nella rivista Aedon, innanzitutto perché non capita spesso (o forse non è mai capitato) vedere discutere i direttori delle due maggiori biblioteche italiane  pubblicamente e pacatamente su questioni abbastanza controverse. Inoltre perché i loro argomenti, pur esprimendo  visioni  e conclusioni per molti aspetti diametralmente opposte si integrano e si completano in alcuni punti dell’analisi, soprattutto nel far emergere la mancanza di una linea politica nazionale nel campo delle biblioteche. Io voglio augurarmi che una discussione professionale così ben impiantata stimoli altri contributi e approfondimenti e che non si risolva nella sterile diatriba Roma- Firenze, che in passato ha finito per paralizzare il dibattito e di cui ora non ne abbiamo proprio bisogno.

Le biblioteche italiane hanno un grande passato e molte peculiarità, d’accordo. Ma questo non sia la scusa per negarsi al confronto con le esperienze degli altri paesi (che pure hanno le loro peculiarità) o per isolarsi in un vacuo  autocompiacimento per timore di affrontare il futuro.  Noi abbiamo tanto da imparare e forse anche  parecchio da offrire a patto di superare la naturale inclinazione al conservatorismo e aprirci senza remore al mondo che ci circonda. Questi sono discorsi che non si possono fare agli italiani, a meno che non siano gli italiani stessi a farli – come disse Don Fabrizio, principe di Salina,  al cavaliere Chevalley: “se queste cose le avesse dette lei me ne sarei avuto a male”.

Confesso che preparare queste note mi è costato non poca fatica, è stato una specie di esercizio di autocoscienza, che mi ha messo ancora una volta di fronte ai miei dubbi (che sono enormemente aumentati rispetto a quando entrai nella professione bibliotecaria), una prova che mi ha fatto riconoscere la mia difficoltà di produrre al di fuori di un team, lontano dal campo di battaglia, che mi ha reso consapevole dei miei limiti di uomo del Novecento scivolato nel Terzo Millennio, che arranca nel cercare di decifrare il mondo che ci circonda.

A Rosa Maiello che mi ha convinto a fare questa lezione – nonostante io le avessi detto che ormai ho molto poco da insegnare – vorrei dare un consiglio: la prossima volta di invitare su questa cattedra un gruppo di giovani millennials, cioè di persone che non si sono dovute adattare al mutamento tecnologico a fatica (come il sottoscritto) ma che ci sono cresciute. Sono convinto che solo collaborando con i giovani, con i ‘nativi digitali’, potremo sperimentare le strada del mutamento e della ricerca senza rompere definitivamente con la storia.

Concludo con una frase sentita o letta da qualche parte che mi è tornata spesso in mente in questi giorni: “è necessario che cambino le persone  che decidono perché il  cambiamento avvenga anche intorno a noi”


[1] http://www.cdlib.org/services/west/

[2] http://www.ukrr.ac.uk/

[3] https://www.hathitrust.org/shared_print_program

[4] The Future of the  Print Record Concerted Thought, Collaborative Action, https://printrecord.mla.hcommons.org/

[5] http://papr.crl.edu/

[6] Dempsey, Lorcan, Brian Lavoie, Constance Malpas, Lynn Silipigni Connaway, Roger C. Schonfeld, JD Shipengrover, and Günter Waibel, Understanding the Collective Collection: Towards a System -wide Perspective on Library Print Collections . Dublin, Ohio: OCLC Research, 2013, http://www.oclc.org/research/publications/library/2013/2013-09.pdf.

[7] https://www.oclc.org/en/sustainable-collections.html

[8] https://www.jisc.ac.uk/rd/projects/national-bibliographic-knowledgebase

[9] Rick Anderson  Can’t Buy Us Love: The Declining Importance of Library Books and the Rising Importance of Special Collections, http://www.sr.ithaka.org/wp-content/mig/files/SR_BriefingPaper_Anderson.pdf

[10] Bernard F. Reilly ,Toward a rational and sustainable division of labor for the preservation of knowledge, Library Management, Vol. 37 Issue: 4/5.

[11] Andrea De Pasquale, Per una riforma delle biblioteche pubbliche statali, “Aedon”, 2, 2016 http://www.aedon.mulino.it/archivio/2016/2/depasquale.htm

[12] Luca Bellingeri, Le biblioteche pubbliche statali:quale futuro?, “Aedon”, 1, 2017, http://www.aedon.mulino.it/archivio/2017/1/bellingeri.htm

[13] Franca Arduini, La riforma Franceschini e le sorellastre di Cenerentola, “Bblioteche Oggi”, 33, gennaio-febbraio 2015.