Jeanne Ashbé: la scrittrice dei bebe’

Intervista di Angela Dal Gobbo

La conversazione che ho tenuto con Jeanne Ashbé è stata trasmessa online in occasione della presentazione della nuova Guida bibliografica Nati per Leggere durante la Fiera del libro di Bologna 2021; l’evento è stato promosso dall’Associazione italiana biblioteche nell’ambito delle iniziative organizzate dagli espositori.

Jeanne Ashbé è autrice di libri per piccoli e piccolissimi, settore editoriale che sta conoscendo in anni recenti particolare interesse e consistente sviluppo editoriale; la Guida bibliografica le ha riservato una certa attenzione inserendo tre suoi titoli, due dei quali ancora non tradotti in Italia.

Jeanne riesce a scrivere per bambini così piccoli perché, oltre alla propria sensibilità nei confronti dei bebè, ha maturato conoscenze specifiche sulla prima infanzia grazie agli studi di logopedia e di psicologia; ha lavorato come terapeuta del linguaggio sia in Canada che in Belgio, dove attualmente vive e lavora. 

A.- Iniziamo parlando dei libri che abbiamo inserito nella Guida, vale a dire Ton histoire, Pas de loup e Dov’è Meo? A proposito di Ton histoire, ci sono molti volti; puoi spiegarci perché?

J. – In effetti questo albo è nato come una piccola storia vissuta: la prima visita a casa nostra del mio primo nipotino. Era molto molto piccolo, aveva appena sette settimane, poco più. Io avevo appeso un grande disegno sulla porta di casa per dargli il benvenuto, sul quale avevo semplicemente disegnato al tratto il volto di un bebè; il disegno aveva attirato l’attenzione di questo piccolissimo bambino con una tale intensità che mi ha colpito.

Sapevo che il riconoscimento dei tratti del volto umano è parte del nostro comportamento istintivo (in realtà non ne abbiamo molti) e che il volto interessa molto il bebè, anche solo due punti per rappresentare gli occhi e una linea per la bocca; è un’immagine che attira lo sguardo del bebè. Allora ho lavorato su questa idea dei tratti del viso. Ton histoire è nato così ed è divenuto un libro di «benvenuto al mondo» nel quale il tratto è diventato il cordone ombelicale. In ogni pagina c’è un viso o l’evocazione di un viso che si delinea nei volti che si chinano su questo piccolo nuovo nato che viene al mondo.

Leggere Ton histoire al proprio piccolo significa dargli un messaggio di benvenuto, ma con immagini e suoni che possono suscitare il suo interesse anche se è molto piccolo.

A. – È molto interessante. Hai scritto anche Pas de loup. Nel titolo c’è il lupo, ma nel libro non c’è il lupo. Perché?

J. – Per spiegarlo devo innanzitutto dire in poche parole cos’è Pas de loup. In effetti Pas de loup è un’espressione di pagine molto grafiche accompagnate da un testo ridotto a onomatopee, che fanno ram ram ram, uuu uuu uuu, bzzzz e che sono piuttosto strane, ma ogni doppia pagina si apre a destra con un’aletta e quando l’aletta si apre si scopre un’immagine più figurativa. Per fare un esempio, vediamo la grande scacchiera nera e bianca e quando si solleva l’aletta si scopre un camion rosso con i fari che illuminano la notte e il testo fa «puet puet» e in realtà quando il flap è aperto è come se offrissi la fine della storia; tante piccole storie in immagini e in suoni. Quello che voglio proporre innanzitutto al bimbo è un campo visivo e uditivo da esplorare con i suoi piccoli occhi, con le sue piccole orecchie. Dico spesso che, quando lo leggo a un bebè, prima di sollevare l’aletta lo lascio viaggiare e continuo a fare piccoli ram ram ram fino al momento in cui, come chi è bravo a raccontare barzellette sa piazzare la battuta al momento giusto, sollevo l’aletta e faccio puet puet! In quel momento si pone in essere il principio stesso della narrazione, ciò che, a mio parere, dà il piacere di leggere.

Ascoltando una storia, a qualsiasi età, si opera con il pensiero in modo molto attivo, si fanno ipotesi che, man mano che la storia procede, si confermano o si smentiscono e a un certo punto si arriva alla fine. Allora si prova un sentimento di completezza, una specie di sollievo che è delizioso e che, io credo, ci porta ad amare la lettura a qualsiasi età.

Una volta capito questo, posso spiegare meglio questo «Pas de loup», perché effettivamente è un titolo un po’ strano nel quale le parole rimbalzano l’una con l’altra e risuonano nelle orecchie, ma da cui esce la parola «lupo». Ed è voluto da parte mia, perché il lupo è la figura archetipica della paura nella nostra cultura occidentale e dunque metterlo nel titolo evoca in qualche modo, anche solo pronunciandolo, l’emozione della paura alla quale nessun umano può sfuggire, per quanto piccolo sia. La paura fa parte della nostra vita. Davanti alla parola «lupo» c’è la parola «pas» [la negazione in francese, N.d.T.], che finisce per annullarla. In effetti quel che dico con quel testo è che in tutte queste piccole storie, a passo di lupo, perché in francese c’è un gioco di parole…

A. – Sì in francese «À pas de loup» significa «piano piano» e, tradotto letteralmente, suonerebbe come «A passo di lupo». «Pas de loup» invece, senza À, rimette in gioco il lupo…

J – È un gioco di parole, significa «passo passo». Dunque questo titolo dice che in tutte queste piccole storie, pian piano, passo passo, ci si avvicina al proprio sentire. Questo «ram ram ram» ci interroga, evoca ciò che nella vita non è definito, abita le nostre emozioni, ma allo stesso tempo occorre tenerlo a distanza con il «pas» [il non]. «Pas de loup» è un libro che accompagna i primi passi dei piccolissimi nel cammino della narrazione e in queste emozioni letterarie fatte di attesa e di completezza. Ecco, è un intrecciarsi.

A – È un libro che amo molto. Non c’è in Italia. Spero che qualche editore lo pubblicherà, prima o poi. E ancora: Où est Mouf? che in italiano si intitola Dov’è Meo? parla del vissuto del bambino. Cosa puoi dirci in merito?

J. – Dov’è Meo? mette in scena uno dei miei personaggi, un bambino piccolo (ci sono altri titoli tradotti in italiano come Michi e Meo, e Meo è il pupazzo). Ma questo libro, che è in grande formato, è in realtà un «libro passeggiata», una passeggiata nella vita di tutti i giorni di un piccolo che gattona per casa e che cerca il suo pupazzo. Va sotto il letto, nell’armadio, nella cuccia del gatto a cercare il suo pupazzo e certamente alla fine lo troverà. Ma di interessante da dire è che ho messo qualcosa in più in quelle immagini: in ogni pagina spunta fuori un pezzetto della coda del pupazzo, o quello che potrebbe sembrare un pezzetto della coda, per esempio da sotto il letto; in realtà il pupazzo lo si troverà solo nell’ultima pagina. Ci sono dei cursori che si aprono e si chiudono; quando non si è ancora aperto il cursore, il bambino che legge il libro vede questo pezzetto di coda e in quel momento mette in atto il pensiero, che è fondamentale nella costruzione psichica di un bambino. Il bambino crea una rappresentazione mentale di ciò che non è ancora sotto i suoi occhi, immagina il pupazzo in piedi, così come è necessario che impari a immaginare la figura mentale della mamma, del papà, delle figure di coloro che si occupano di lui quando non sono sotto i suoi occhi. È una tappa fondamentale nello sviluppo psichico dei piccolissimi. Ho creato il libro per sostenere la messa in atto di questa attività del pensiero che rafforza la sicurezza affettiva di un piccolissimo e lo rende forte nei confronti di assenza e di separazione. Dunque ci sono sempre queste due cose nei miei libri: evoco il quotidiano, che è qualcosa di molto semplice, ma aggiungo qualcosa che considero importante e che mi pone accanto ai piccolissimi quando faccio i libri.

A – È questa la tua poesia. Ma a proposito dei libri, tu parli di nutrimento per i bambini. Che cosa intendi?

J. – Penso che (e non sono la sola a dirlo perché adesso lo si sa) i libri siano un vero nutrimento. Sono un nutrimento psichico e naturalmente cognitivo. Nei libri, nelle immagini, nei suoni, nelle parole che li accompagnano c’è una sorgente inesauribile di scoperte. Scoperta del mondo, certo, ma anche scoperta di sé stessi e scoperta di qualcosa che è più che mai fondamentale, e cioè che le cose hanno un senso. Penso che questa scoperta rivesta un’importanza particolare nei tempi in cui viviamo. L’accesso alla conoscenza è in completa rivoluzione, si accede a contenuti con una efficacia che è assolutamente esponenziale, ma la capacità di assegnare un significato a quei contenuti diventa qualcosa di più importante che mai. Questa capacità di trovare un significato inizia da piccolissimi, inizia prestissimo. Il bebè costruisce piccoli significati con quello che gli leggiamo. Dico spesso: noi sappiamo quale libro raccontiamo, ma non sappiamo quale libro loro si raccontano. I bambini entrano nella storia, reinventano un senso, le danno un senso, e lo trattengono dentro di loro. Il bebè fa collegamenti tra ciò che gli si racconta e la sua piccola vita. Ma ci vorrà molto tempo prima che noi li conosciamo, perché lui non ci dà la chiave; ci vorrà molto tempo prima che noi sappiamo qual è quel significato. Ma possiamo accettare di non saperlo, perché ciò che è importante è stargli accanto quando questo processo di costruzione di senso prende il via, con piccoli indizi, talvolta con piccoli particolari nelle immagini, nei libri che gli si leggono. Il bebè fa qualcosa in cui noi lo abbiamo accompagnato rimanendogli accanto. E gli diamo in questo modo un messaggio molto prezioso per il suo sviluppo psichico e cognitivo.

Il meraviglioso psico-linguista Evelio Cabrejo-Parra, molto conosciuto nel mondo dei libri della prima infanzia in Francia, lo ha detto in un modo così bello! Ha detto: «Si dà al bebè un messaggio implicito: quello che stai facendo, mi interessa, continua». Perfino quando non si sa quel che pensa il bambino, si può accettare di stare semplicemente al suo fianco e di incoraggiarlo a continuare a trovare il senso. Perché leggere è trovare un senso. Non è semplicemente emettere suoni, è trovare il significato.

È importante dire che spesso noi adulti abbiamo un’aspettativa, ben comprensibile, nel leggere i libri ai bebè, ma che vale la pena indagare e che deve essere ripensata, credo. Il libro arricchisce il linguaggio e il pensiero e questo avviene del tutto naturalmente, è evidente: come il bambino si appropria della lingua perché noi gli parliamo, così si arricchisce del nutrimento della cultura. Questo arricchimento si farà attraverso dei percorsi che si fondano innanzitutto sulla gioia dell’incontro, piuttosto che su una lezione da imparare: l’incontro con le forme poetiche e letterarie del mondo, di sé stessi, della vita di ogni giorno. Mi piace spesso ricordare, prima di tutto a me stessa, che quel che rende la vita sopportabile, anche a noi, anche se grandi, è la nostra capacità di sognarla, di poterla rivestire di bellezza, di humour, di gioia. È così anche per un bambino piccolo.

Dunque tocca a noi riservare alla lettura condivisa la sua spontaneità, il suo gioioso disordine, senza cercare di ottenere un risultato, senza cercare di farne un allenamento per imparare, nemmeno una ricetta o una medicina da cui si spera di ottenere un beneficio. Il piccolo ne ricava di benefici! I bambini hanno potenti capacità di autoconsolazione e sono quelle che occorre incoraggiare. Loro troveranno nei libri di che arricchirsi e lo faranno al massimo grado, ma lo troveranno in totale libertà. E si arricchiranno di un prezioso strumento che li aiuterà a crescere: la fiducia nelle proprie risorse. È di questo che hanno bisogno a lungo termine; non di una ricetta a breve termine, ma della capacità di andare loro stessi a cercare nei libri, tra l’altro, queste potenziali forme poetiche del mondo da cui trovare la forza per attraversare la vita.

A. – Questo è molto importante per i genitori e per gli adulti in generale.

Un’ultima domanda, Jeanne, a proposito dei libri che saranno pubblicati in Italia in autunno per Babalibri, vale a dire Les images de Lou et Mouf, in italiano Michi e Meo scoprono il mondo. Sono libri cartonati di sole figure e senza parole, e tu dici «per parlarsi» tra grandi e piccoli, per stimolare il linguaggio. Cosa intendi?

J. – Questi piccoli libri sono effettivamente i primi quattro di un grande progetto che è nato da una preoccupazione che sento riecheggiare ovunque nei miei incontri, molti dei quali sono ora virtuali, da più di un anno, ma sono molto presenti nella mia vita, occupano gran parte della mia vita di autore: incontri nei nidi d’infanzia, nelle classi della scuola materna, presso gli ortofonisti, i logopedisti, i pediatri. Da tutte le parti giungono segnali di allarme: c’è un impoverimento della lingua nei bambini, lo si constata. E attraverso numerosi scambi e incontri con chi si occupa dei bambini mi sono sentita sempre più coinvolta, toccata da quella che si potrebbe chiamare la neo-solitudine del bebè. Sono sotto gli occhi di tutti questi bambini nei bus, in fila nei supermercati, nei passeggini, che vagano con lo sguardo mentre il papà o la mamma digitano sullo smartphone. Vale per tutti, non incolpo nessuno. Tutto il tempo che noi passiamo a guardare questi schermi è esploso con la crisi sanitaria, perché per molti di noi è diventata una necessità sociale e professionale; ma quando si vive con un bambino piccolo, quel tempo lì lo priva del tempo consacrato allo scambio reciproco. Occorre riflettere su questo.

A. – E questi libri possono aiutare i genitori con i loro bambini, con i bebè?

J. – Li ho concepiti in effetti come un tipo molto classico di imagier, un’immagine nella pagina di sinistra e una scena in quella di destra, ma narrano anche una piccola storia dall’inizio alla fine del libro. Non c’è alcun testo perché quello va creato insieme, adulto e bambino, e questo per me è molto importante. Lo si crea a partire da ciò che interessa il piccolo. Spontaneamente il bambino entra nel linguaggio con quello che è detto «indicare» (in francese le pointage, l’atto di indicare): lui mostra con il dito, ci mostra ciò che gli interessa, dice «eh»; a quel punto noi gli offriamo le parole e le frasi, mettiamo il mondo in parole. Qui non c’è testo perché lo si crea insieme a partire da quello che il bambino ci mostra col dito, da ciò che suscita il suo interesse, e così ci invita a dargli parole e frasi per parlare, per dialogare. Perché questo è il linguaggio. Il linguaggio non consiste in elenchi di parole, non è un elenco da vocabolario, non sono nemmeno vocaboli associati a immagini né dispositivi per insegnarglielo, o qualsiasi altra cosa. No, il linguaggio è questo intessere estremamente creativo che noi facciamo in ogni istante con gli elementi di base che sono le parole – per comunicare con l’altro, per stare insieme e anche con noi stessi, per mettere a fuoco un pensiero.

Questi libri rappresentano i primi quattro punti di un grande progetto (che io considero un progetto linguistico) e arriveranno in autunno in Italia; mi fa molto piacere. Ho appena finito i disegni dei quattro seguenti. Se i primi sono Il bagno, Il mattino, Il pranzo, La sera, i seguenti sono Il viaggio, Il mare, Il giardino, Le acque. E ho tanti altri titoli in testa. Ho intenzione di costruire una sorta di grande biblioteca di supporto all’incontro con la lingua, o con le lingue, perché la multiculturalità è pure una particolarità del nostro mondo: sempre più bambini si trovano nella condizione di parlare lingue diverse in famiglia. Si sa ora che le lingue si possono imparare molto efficacemente se vengono trasmesse quando si è ancora molto piccoli. Ho voluto dare la possibilità agli adulti di prendersi un po’ di tempo per chinarsi su quello che interessa ai bambini, con questo supporto che ha la particolarità di collegarsi al quotidiano, uno strumento che fa quel piccolo passo in più, che parla della vita di tutti i giorni ma colorandola di cultura, di poesia, d’humour. Ecco.

Jeanne Ashbe'
Jeanne Ashbe’
Angela Dal Gobbo
Angela Dal Gobbo