Busan 2026: della musica, dei nomi e dei luoghi

Dal 10 al 13 agosto 2026 Busan ha ospitato il 90° World Library and Information Congress dell’IFLA. Vi ho partecipato grazie a una delle due borse di studio AIB under 35, intitolate ad Agnese Galeffi, che era stata mia docente di Catalogazione alla Scuola vaticana di biblioteconomia nel biennio 2020-2022. Una coincidenza dolorosa e feconda, questa, che è stata capace di ricongiungere gli anni della mia formazione e il cimento internazionale della professione.

A Busan arrivavo con tre tessere in tasca: socio dell’AIB, socio di IAML Italia e affiliato personale dell’IFLA. Non tre sigle da allineare in calce a un curriculum, bensì tre diverse scale d’osservazione. L’AIB mi lega alla professione italiana; IAML alla specificità del mondo dei bibliotecari musicali e delle istituzioni che custodiscono materiale musicale; IFLA alla trama mondiale entro cui problemi locali acquistano un’altra misura.

Dirigendo la Biblioteca e l’Archivio storico del Conservatorio «G.B. Martini» di Bologna, sono solito guardare al patrimonio musicale non come a una pacifica teoria di spartiti, ma come a un sistema di relazioni tra materiali, servizi e problemi diversi e diversificati. Nel programma del WLIC di quest’anno la musica compariva soprattutto all’interno della sessione trasversale Cultural Memory in Motion, dedicata anche a film, registrazioni sonore e media emergenti: una collocazione significativa, perché mostrava quanto la documentazione musicale partecipi dei problemi comuni alle istituzioni della memoria — catalogazione, metadatazione, diritti, obsolescenza, digitalizzazione, conservazione e accesso.

Proprio questo confronto ha reso più evidente un’altra questione. Come affiliato IFLA ho scelto l’adesione alle sezioni Rare Books and Special Collections e Local History and Genealogy: la prima prossima al mio lavoro; la seconda a un interesse di ricerca personale che mi ha mostrato quanto la storia delle persone e quella dei luoghi siano inseparabili dalla storia dei documenti. A Busan la Local History and Genealogy Section, insieme alla Metropolitan Libraries Section, ha discusso di collaborazioni con le comunità, citizen science, documentazione partecipata e servizi nell’età dell’intelligenza artificiale. Non, dunque, un passatempo antiquario o domestico, ma un campo biblioteconomico: reference, alfabetizzazione alle fonti, disambiguazione dei nomi, interoperabilità, riservatezza, conservazione digitale. In Italia questa materia mi pare ancora poco riconosciuta come dominio unitario delle biblioteche e delle scienze dell’informazione. Le raccolte locali esistono, e sono spesso ricchissime: periodici, annuari, fotografie, carteggi, fondi di famiglia. Ma esistono soprattutto le domande degli utenti: studiosi, cittadini e discendenti dell’emigrazione italiana. Manca però, o almeno non appare con sufficiente evidenza, una sede professionale stabile per mettere in comune metodi di lavoro e “intestazioni di responsabilità”. Se, dunque, la biblioteconomia musicale, pur specialistica, dispone in IAML Italia di una casa riconoscibile, per la storia locale e la genealogia scientifica non vedo ancora un’infrastruttura analoga.

Lo stand di FamilySearch nell’area espositiva rendeva quasi tangibile tale divario. In Italia FamilySearch collabora da anni con la Direzione generale Archivi al Portale Antenati, decisivo per l’accesso alle fonti dello stato civile. Ma proprio la potenza dell’infrastruttura archivistica interroga le biblioteche. Quale parte possono svolgere nell’orientare fra fonti differenti, collegare cataloghi e archivi, ricostruire i contesti, valutare le prove, governare omonimie ed errori e contrastare l’illusione — oggi accresciuta dall’intelligenza artificiale — che una genealogia plausibile sia per ciò stesso vera? La domanda torna, circolarmente, alla musica. Dietro un libro di musica o una lettera di un musicista non vi sono soltanto un autore e un titolo: vi sono copisti, strumentisti, maestri, allievi, editori, famiglie, cappelle, bande, teatri; vi sono, dunque, luoghi e comunità che la descrizione tradizionale intercetta solo in parte. Storia locale e genealogia possono ricomporre queste costellazioni, mentre i dati musicali — autorità, provenienze, relazioni fra opere, persone e istituzioni — offrono a loro volta un laboratorio avanzato per l’interoperabilità. La distanza fra i due campi è assai minore di quanto suggeriscano le partizioni disciplinari.

Da Busan porto perciò una proposta da discutere in AIB: aprire un confronto nazionale sul ruolo delle biblioteche nella storia locale e nella genealogia, coinvolgendo biblioteche, archivi, musei, parrocchie, università e comunità italiane all’estero. Una ricognizione di raccolte, servizi e progetti potrebbe condurre a linee di orientamento per il reference, la descrizione, la privacy e la cooperazione digitale. Non si tratterebbe di fondare l’ennesimo recinto, ma di rendere visibile un lavoro già compiuto, in ordine sparso, da molte istituzioni, e, nondimeno, cominciare a fornire strumenti adeguati a tutti gli interessati, anche attraverso specifici corsi di informazione.

La borsa AIB ha dunque reso possibile non soltanto un viaggio intercontinentale, ma un significativo spostamento di baricentro del mio sguardo. In una federazione mondiale, infatti, si comprende che le periferie del nostro ordinamento professionale possono essere, altrove, campi strutturati di ricerca e di servizio. E che trasformare — verbo assai frequentato a Busan — non significa recidere la memoria, bensì darle forme e connessioni nuove perché possa ancora essere interrogata.

Luciano Scarpaci, Conservatorio di musica “Giovan Battista Martini” di Bologna, Direttore di biblioteca e di archivio storico