A questo anniversario ci si arriva con il consueto video in co-produzione. Si genera un concept, non a seguito di un colpo di fulmine, ma come risultato di osservazioni e di analisi di casi studio. Poi si sperimenta il tool più congeniale, sempre diverso, sempre più complesso di anno in anno. Per finire si produce l’audiovisivo amatoriale: che sia un lyric, una versione grafica o simil-trailer, ciò che conta è che il risultato lo si senta pertinente con i progressi di studio. Ora lo trovate qui da far circolare in Agosto o embeddato laddove pensiate di avviare o di espandere il servizio. La giornata a cui ci riferiamo è il 9 Agosto, neanche questa concepita in base a uno stellium di pianeti, ma a un cammino dentro un movimento globale che l’ha scelta prima di noi. I “coworking people” sono ora una comunità trasversale che condivide per autonomia del singolo o per networking pubblici e privati strumenti, idee, consulenze, filosofie. Tenta nuove dinamiche logistiche ed economiche. In tutto questo ci sono anche biblioteche di supporto con servizi complementari al settore privato.
La produzione del nostro spot è arrivata a buon fine anche quest’anno in concomitanza con i due giorni di formazione che organizziamo a Luglio. Estate in presenza, inverno da remoto: quindi ci siamo dati appuntamento a Bergamo per un viaggio dall’impronta professionale ma dal conio amicale.
Oltre alla nostra scaletta di studio, abbiamo dedicato del tempo a visite e interviste. E’ proprio di questo che vi vogliamo parlare in questo post.
“Abbiamo avviato il nostro percorso di formazione – riassume Federica Tassara – con una visita a una multinazionale che da oltre trent’anni offre spazi di coworking in oltre 120 Paesi del mondo. Nella sede di Bergamo, un palazzo storico ridisegnato al suo interno per offrire spazi di lavoro rispondenti a diverse esigenze con arredi moderni e minimalisti, ci accoglie una giovane dipendente che ci illustra tutte le possibili soluzioni: semplici postazioni singole di coworking in ambienti condivisi, spazi per due persone prenotabili anche a pacchetti di giornate e fruibili in altri centri, veri e propri uffici personalizzabili da affittare per periodi lunghi, sedi virtuali di domiciliazione, sale riunioni attrezzate. Le soluzioni rispondono a esigenze molto diverse, apparentemente molto flessibili, ma con alcuni limiti sull’organizzazione e sui servizi aggiuntivi: pasti, fitness, possibilità di portare i propri figli con spazi attrezzati, attività culturali e ricreative offerte ai coworkers, servizi di consulenza professionale, occasioni di formazione.Gli stessi ambienti non sembrano prestarsi a momenti di interazione. Riflettiamo come il modello di coworking adottato si concretizzi qui in soluzioni logistiche, dove tutto è centrato sulla messa a disposizione di spazi fisici. E’ un modello che, visto il successo dell’azienda, risponde a un bisogno, ma riduttivo. Non si discosta molto da un’idea di lavoro tradizionale. Il coworking in biblioteca da questo punto di vista potrebbe risultare vincente, non tanto e non solo per il carattere di gratuità, ma per quel surplus di valore garantito dall’inserirsi in un ambiente dinamico, dove accadono altre cose, dove si punta sulla relazione, sullo scambio di competenze, e che può diventare anche occasione di crescita e di arricchimento personale”.
Il pomeriggio è andato avanti con le visite guidate. Ci siamo spostati nella nuovissima sede dell’archivio d’impresa della Fondazione Dalmine. Nel dialogo con l’archivista Silvia Giugno, Francesca Nidola ne coglie passione e competenza interdisciplinare: “Silvia ci ha accompagnati dentro la mostra “Lavoro? Sicuro!” facendoci vivere un’esperienza coinvolgente e multisensoriale. Oltre alla possibilità di esplorare l’archivio, abbiamo vissuto un’esperienza video immersiva che ci ha catapultati in una riflessione sul concetto di sicurezza nel mondo del lavoro e la sua evoluzione nel tempo. Silvia ci ha raccontato storie di cambiamenti e progressi nel campo della sicurezza e soprattutto dei progressi nelle modalità di comunicazione per sensibilizzare i lavoratori. Si è trattato di spunti di riflessione quanto mai attuali. L’ultima sosta è stata presso la biblioteca specialistica dedicata al settore industriale.”
“Una delle particolarità della Fondazione è anche il suo essere al servizio della comunità – aggiunge in proposito Elena Corradini – oltre a tecnici e studiosi che frequentano l’archivio e la biblioteca. La direzione allaccia continuamente rapporti con scuole, enti e istituzioni locali e internazionali per disseminare la storia dell’azienda e, per il tramite dei suoi archivi, della comunità territoriale. La ricchezza della documentazione è inoltre significativa e ricostruisce passaggi importanti della storia economica e sociale del nostro Paese nella sua relazione con l’Europa fin dal primo Novecento. Queste visite vengono preparate accuratamente dal personale, ricorrendo non solo ai propri fondi ma anche ai molti contatti nazionali e internazionali su temi come la storia industriale, la sicurezza e la salute dei lavoratori, il rispetto dell’ambiente, il ciclo dell’acqua. Nella sede principale sono allestiti due laboratori tecnici. Nel primo gli studenti delle scuole superiori, guidati da istruttori aziendali, affinano la teoria con l’esperienza pratica su macchine tipiche delle linee di produzione. Nel secondo si fa uso di robot messi a disposizione da una multinazionale specializzata in componenti e prodotti elettronici. Anche qui si lavora in gruppi, talvolta riservati a sole ragazze, tal altra in campi estivi per imparare sequenze di coding che simulano situazioni e compiti reali.”
L’attività di formazione l’abbiamo svolta dentro la Biblioteca Civica Tiraboschi, ospiti della direttrice Laura Boni. Non è mancato il gioco di gruppo. Samuele Camnasio ha proposto il mazzo di carte “AUT – Fare e disfare l’autonomia” presentato il mese prima in “Derive e approdi” (Milano). “E’ uno strumento per condurre una riflessione di gruppo fra professionisti del terzo settore e, nello specifico, verso chi segue persone vittime di tratte sessuali. Attraverso le carte gli operatori possono verbalizzare e rielaborare collettivamente un’idea concreta e aggiornata di autonomia per aiutare i loro assistiti. “AUT” è composto da 30 carte: 15 illustrate da Carol Rollo con immagini simboliche che permettono di raccontare di sé e 15 che riportano domande per innescare il confronto tra i partecipanti. Il Gruppo sul Coworking ha testato l’attività per misurare la percezione della soddisfazione sul posto di lavoro. Si ha avuto così prova di come principi quali la solidarietà e il supporto favoriscano un ambiente positivo in cui diventa possibile affrontare nuove sfide o criticità derivanti da invidie o mancanza di fiducia, ostacoli strutturali al raggiungimento degli obiettivi.”
L’attività è stata propedeutica a un’ultima testimonianza esterna, quella di una team leader di origine straniera, residente in Italia da oltre 20 anni e dipendente di una multinazionale con sede principale in UK. “La sua esperienza nella gestione di team multiculturali e in strategie di promozione del benessere e dell’equilibrio tra vita privata e lavoro – racconta Maria Giacobbe – è stata molto concreta. In qualità di operation manager ha avuto un approccio innovativo sulla gestione delle risorse umane in netta contrapposizione ai nostri modelli tradizionali, spesso rigidi e poco attenti alle esigenze individuali. Sono emerse iniziative significative di flessibilità organizzativa e welfare aziendale, che hanno inciso positivamente sulla qualità della vita dei dipendenti, incrementato al contempo la produttività e il senso di appartenenza. Hanno contribuito a un clima aziendale più collaborativo e meno stressante. Investire nel benessere delle persone non è solo una scelta etica, ma anche una strategia vincente per il successo a lungo termine dell’impresa. Il fattore umano rimane come elemento centrale nelle strategie di gestione; le aziende che si prendono cura del proprio personale ottengono risultati migliori.”

La formazione si è conclusa su altri canali, comprese le esercitazioni auto-etnografiche che permettono di esplorare le esperienze in maniera longitudinale, prenderne consapevolezza e riscrivere in maniera creativa le tappe della memoria. Tutto questo per potenziare quelle competenze trasversali che, insieme a quelle tecniche, ci aiutano a posizionare le biblioteche come attori chiave di ripensamento di un coworking orientato sia alla comunità che alla nostra crescita personale e professionale. Ripeschiamo dal mazzo di carte AUT per riflettere su come rimettersi in gioco per “fare e disfare l’autonomia”. Nella sfida fra le più complesse come quella di dare un sempre nuovo senso al lavoro e al nostro progetto di civiltà, conta ognuno di noi.
Utile da sapere:
Per le visite guidate al percorso espositivo “Lavoro? Sicuro!” sulla cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro, si veda
Contenuti e organizzazione della Fondazione Dalmine con la collaborazione di Fondazione ISEC, INAIL, Archivio del Lavoro, Archivio storico Crespi d’Adda, Biblioteca “Di Vittorio” CGIL, Fondazione Legler per la storia economica e sociale di Bergamo E.T.S., Musil (Brescia), SDF Archivio storico SAME, Studio/Archivio Gianfranco Frattini (New York).
A cura di Viviana Vitari, coordinatrice Gruppo nazionale A.I.B. di studio e lavoro sul coworking.



