Dalla redazione, questa volta, un’opinione di Lorenzo Baldacchini su alcuni temi recenti.
E’ ormai prossimo il 61. Congresso dell’Associazione. Il titolo (Bibliotecari. Il lavoro più bello del mondo. Anche in Italia?) mi stimola a proporre qualche riflessione su vicende recenti. Il “caso” De Pasquale-Archivio Centrale dello Stato, il tema dell’atteggiamento di non poche amministrazioni circa il riconoscimento della professionalità dei bibliotecari e la discussione sviluppatasi su AIB-CUR in merito programma del Congresso stesso (dall’intervento di Maria Stella Rasetti a quello di Alberto Petrucciani) pongono a mio avviso questioni mai archiviate, ma forse negli ultimi tempi rimaste un po’ in ombra.
Provo a partire da una domanda:
Nei livelli più alti di responsabilità di organizzazioni complesse, quanto deve contare la specifica competenza professionale? Nella fattispecie, chi è investito della responsabilità più alta (Direzione) di una organizzazione (archivio, biblioteca, museo ecc.) quale livello non solo di preparazione teorica, ma anche di specifica esperienza professionale pratica deve possedere? Tale responsabilità comporta infatti la direzione di professionalità specifiche (che possono essere naturalmente più di una). E dunque un alto, se non altissimo, grado di preparazione professionale specifica è o no un requisito indispensabile (anche se non l’unico) per poter dirigere con la adeguata autorevolezza professionisti di alto livello ed esserne il naturale referente tecnico?
La questione non è affatto di lana caprina, ma investe in pieno almeno due tipi di problemi: quello dei criteri di assegnazione di dirigenti alla più alta responsabilità di organismi assai complessi e quello dei requisiti concorsuali (o comunque da valutare in una qualche forma di selezione) da richiedere per l’accesso a tali posizioni di responsabilità.
L’AIB, dal momento del riconoscimento della professione con la legge 4/2014 si è trovata spesso ad affrontare casi, non di radio spinosi, relativi alla assegnazione a mansioni professionali in biblioteca di figure prive di requisiti (o quanto meno con requisiti piuttosto deboli) soprattutto per quanto riguarda i quadri intermedi e di frequente – mi pare di poter dire – per organismi locali di piccole dimensioni. Non di rado le scelte di determinate amministrazioni hanno danneggiato altri lavoratori che ritenevano di avere requisiti adatti, ma non riconosciuti. A sollecitare in merito l’AIB sono stati infatti, quasi sempre, degli associati che hanno ritenuto lesi i propri diritti da parte di amministrazioni, che hanno ignorato i contenuti della professione bibliotecaria, talvolta trattando le biblioteche come uffici amministrativi, con comportamenti conseguenti nei confronti del personale. Al contrario la questione dei contenuti professionali delle posizioni dirigenziali è emersa più raramente, quasi che, in modo più o meno strisciante, sia passato, a livello di senso comune, il criterio che le qualità manageriali (vere o presunte) siano di per sé sufficienti a garantire una corretta direzione di una grande biblioteca o di un sistema bibliotecario complesso e articolato. Se è così, mi chiedo: ma davvero vogliamo credere (o fare finta di credere) che sia sufficiente essere in grado di gestire correttamente un bilancio, delle risorse umane e i rapporti col livello politico dell’amministrazione di appartenenza, per essere buoni dirigenti di biblioteca? Non sono invece questi requisiti (indispensabili sia chiaro) che si devono aggiungere ad una alta capacità e competenza professionali specifiche per dirigere grandi biblioteche o complessi sistemi bibliotecari?
Sorprende che si sia da qualche parte provato a mettere in dubbio le competenze di Andrea De Pasquale a dirigere l’Archivio Centrale dello Stato (requisiti che invece indubbiamente possiede), quando invece sono chiamate a dirigere grandi biblioteche figure la cui competenza specifica può andare dall’archeologia alla didattica nei musei (e in questo amministrazioni statali e locali non si differenziano tra loro). Ma in quel caso la questione era in realtà legata all’acquisizione del fondo Rauti e soprattutto al modo in cui era stata comunicata, quindi esula dal mio discorso. Invece l’affidamento della direzione di grandi biblioteche statali (grazie al meccanismo degli accorpamenti) a storici dell’arte oppure di importanti sistemi bibliotecari urbani ad esperti di didattica nei musei è sostanzialmente passato sotto silenzio. E questo certamente non giova all’immagine della professione.
Venendo al programma del Congresso AIB rimango stupito dalla polemica che si è sviluppata. Nel senso che mi sembra in buona parte centrata un po’ aprioristicamente sui nomi, quindi sul metodo piuttosto che sul merito. Avrei di gran lunga preferito una discussione critica relativa ai contenuti degli interventi, che dovrebbero però essere giudicati solo a posteriori. Oppure che si fosse individuata la mancanza di contributi sull’uno o l’altro problema, oppure l’assenza di questo o quel bibliotecario su temi specifici, magari con riferimento a quanto da loro già prodotto in sede scientifica. Lo dico quasi sottovoce: perché non fare i nomi di chi potrebbe trattare certi temi meglio di chi è stato individuato e inserito nel programma? Così invece si è rischiato di isterilirsi nel vagheggiare una sorta di manuale Cencelli (un certo numero di interventi di bibliotecari, un altro di professori di biblioteconomia ecc.). Insomma, per favore, auspicherei che si tornasse a discutere del merito e della sostanza delle questioni.
Penso di essere stato bibliotecario un periodo sufficiente per poter osservare (senza timore di accuse di corporativismo) che molti professori prima di esserlo sono stati a loro volta bibliotecari, non di rado di alto livello. E inoltre faccio pacatamente osservare che tra le missioni, che l’Università ormai da tempo si è data, c’è la cosiddetta terza, che, accanto alla ricerca e alla didattica, colloca il contributo allo sviluppo della società.
La nostra professione ha più di una caratteristica che la fa somigliare ad un mestiere artigiano (lo penso da tempo) proprio nel senso della parola artifex. E, come nelle botteghe degli artigiani di un tempo, il ruolo del “maestro” è fondamentale per trasmettere i contenuti del mestiere, la conoscenza dell’arte. Abbiamo avuto l’opportunità che, alcuni di questi maestri, potessero esercitare questo ruolo non più all’interno della bottega, ma nell’Accademia. E, quasi tutti, mi sembra di poter dire, lo fanno senza abbandonare i rapporti con la bottega, ma in stretto contatto col mestiere (pardon, la professione). Che si direbbe se i professori di biblioteconomia al contrario tenessero i propri convegni separatamente da quelli dei bibliotecari? L’interazione, l’osmosi tra chi opera sul campo e chi lo fa in laboratorio è da salutare con soddisfazione. Insomma, per dirla in parole povere, cerchiamo di esercitare la vis polemica, che davvero non ci manca, più verso l’esterno che all’interno (un po’ come i capponi di Renzo). La parola al Congresso.
Lorenzo Baldacchini



