Catastrofi

Prima catastrofe. Ai primi di maggio è esploso il ‘caso SBN’, con la denuncia del pericolo della chiusura dell’ICCU e del catalogo SBN per l’insufficienza della risorse. La notizia ha fatto scalpore e in un batter d’occhio è stata rilanciata sui social network. Appelli e richieste per “salvare il gioiello italiano” – con qualche esagerazione – si sono moltiplicati, fino al comunicato dell’ICCU che ha ridimensionato l’allarme, pur ammettendo un taglio ai bilanci (pari al 14%), e indicando la nascita di un gruppo di lavoro per elaborare un piano di razionalizzazione dei poli e conseguente riduzione delle spese. Anche l’AIB è intervenuta e ha proposto l’incontro “Rilanciare il Servizio Bibliotecario Nazionale”, che si è svolto a Roma il 20 giugno, in collaborazione col Goethe Institut, per discutere del futuro di SBN e dei servizi bibliotecari nazionali, nel ricordo del collega Michel Boisset recentemente scomparso. Ci auguriamo che questa giornata – ricca di proposte e interventi – permetta di far incontrare i decisori (politici e amministrativi) e i professionisti, per ridare slancio a una preziosa infrastruttura in un momento in cui si discute di Agenda Digitale e di Open Data, e in cui si lancia anche l’allarme sul pericolo di estinzione dei bibliotecari statali (ultima voce quella di Roberto Cecchi il 7 giugno su «Repubblica»). Non si è parlato solo di OPAC, ma più in generale di come costruire “un sistema bibliotecario nazionale al passo coi tempi”, come è scritto nel documento AIB “Biblioteche e bibliotecari nel 21. secolo”.
Seconda catastrofe. Scott Turow, famoso scrittore di legal thriller, in occasione del World Creator Summit (Washington, 4-5 giugno) ha lanciato un nuovo attacco a Google, Apple, Youtube e Amazon, accusandoli di favorire l’accesso gratuito e illegale ai libri, equiparandoli a spacciatori di droga («Huffington Post», 9 giugno). Secondo Turow, che già in aprile si era scagliato contro Google, Amazon, gli ebook e le biblioteche, i grandi nomi del mondo digitale pensano solo a guadagnare, promuovendo – con l’aiuto di accademici (non si cita l’Open Access ma si intuisce) – la pirateria mascherata da gratuità, impoverendo gli autori, fino a portare nel giro di qualche anno alla fine di tutto: non ci saranno più musiche, libri, film, perché gli autori non saranno più pagati. Si salveranno forse solo i grandi autori, mettendo a rischio l’esistenza stessa della democrazia. Turow conclude invitando a un boicottaggio mondiale, una settimana senza musica, film o libri, per costringere la gente a riflettere e i pirati ad arrendersi. La tematica è decisamente impegnativa, e l’accelerazione impressa dalla Rete e dal digitale hanno provocato dei cambiamenti anche inattesi, che sono spesso affrontati con gli strumenti concettuali (e di conseguenza normativi e politici) di un mondo prevalentemente non digitale. In attesa della preannunciata apocalisse autoriale sarebbe comunque interessante che Turow spiegasse come fanno le biblioteche – insieme a Google & c. – a promuovere la pirateria. Mentre aspettiamo il verdetto viene da pensare che il problema non sia tra profitto e gratuità, ma più semplicemente decidere chi e quanto deve guadagnare.

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