La grande disponibilità del mondo accademico americano e in particolare dell’Università di Harvard ci ha permesso di incontrare alcune importanti figure dell’Office of Scholary Comunication, ideato da Robert Darnton, che si occupa in particolare di DASH 1.
DASH (Digital Access to Harvard Scholarship) è il nome dell’archivio istituzionale (institutional repository, IR) ad accesso aperto (open access, OA) dell’ateneo americano e in esso sono ospitati i contributi scientifici depositati dai docenti dell’università e resi disponibili in accesso aperto. DASH, inaugurato nel 2008, è gestito dall’Office of Scholary Comunication (OSC) e ha il compito di informare i docenti sulle novità dell’OA, reperire e pubblicare online i contributi, coordinare le attività di manutenzione dell’archivio. Varie le facoltà e le scuole che hanno aderito a DASH, tra queste le prestigiose Harvard Faculty of Arts and Sciences, Harvard Business School e Harvard Law School. Le singole istituzioni godono di molta autonomia in materia di autoarchiviazione, tuttavia il compito dell’OSC rimane fondamentale poiché offre supporto ai docenti e ai responsabili delle varie sezioni dell’archivio. Uno studente, un ricercatore o chiunque abbia il desiderio di approfondire una determinata tematica trattata da un docente di Harvard (che ha deciso di pubblicare in OA) potrà consultare online e gratuitamente i contributi depositati in DASH. Tutto ciò è reso possibile anche grazie al prezioso contributo di coloro che lavorano nell’Office of Scholary Comunication.
Abbiamo intervistato due personalità di spicco di tale ufficio: Peter Suber, uno dei più noti promotori dell’OA e attuale collaboratore di DASH, e Sue Kriegsman, program manager dell’ufficio, archivista affermata ed esperta di digitalizzazione dei documenti. Con Suber abbiamo affrontato, sia pur brevemente, tematiche riguardanti il mondo OA e in particolare la discussione in corso presso il Congresso americano della legge 3669 che, come vedremo, in caso di approvazione, renderebbe meno forte la presenza dell’accesso aperto negli Stati Uniti. Con la Kriegsman abbiamo approfondito l’organizzazione pratica dell’Office of Scholary Comunication, la politica adottata per la gestione ed il deposito dei documenti, il sistema dei finanziamenti, l’employment e l’atteggiamento dei ricercatori e dei docenti nei confronti dell’OA, con relative strategie di informazione.
È in discussione presso il Congresso degli Stati Uniti d’America una proposta di legge, il Research Works Act H.R. 3699 2, presentata nel dicembre 2011 dai deputati Carolyn Maloney (Partito Democratico) e Darrell Issa (Partito Repubblicano). Si tratta di un provvedimento che cancellerebbe i fondi statali destinati all’OA3. Questa proposta di legge, appoggiata degli editori, mira a modificare la legislazione precedente. Nel 2009, per esempio, la Federal Research Public Access Act (H.R. 5037) aveva accordato finanziamenti pubblici a tutte quelle agenzie interessate a promuovere l’OA mediante la creazione di archivi istituzionali. Secondo Suber: «Il Research Works Act non vieterà l’Open Access, ma bloccherà i finanziamenti pubblici. Se – come speriamo – la legge 3669 non passerà, la missione dell’OA proseguirà. Gli autori interessati potranno continuare ad autoarchiviarsi se lo vorranno, i giornali OA continueranno ad esistere, e questo sarà uno dei modi di far sopravvivere questo movimento». Riguardo lo scetticismo e le resistenza di alcuni ambienti accademici nei confronti dell’OA, Suber si dichiara ottimista affermando che “molti dei problemi derivano da un misunderstanding al quale si può rimediare. Quando ciò avviene i ricercatori diventano entusiasti sostenitori dell’OA, come è stato possibile riscontrare in diversi casi4. Fondamentale è informare accuratamente i ricercatori ed ascoltare con attenzione le domande rivolte ma soprattutto fornire risposte adeguate al fine di evitare fastidiose incomprensioni”5.
L’intervista a Sue Kriegsman si è svolta presso la Wadsworth House, nota tra i bibliotecari di Harvard anche come “ Yellow House” dal colore dell’edificio, sede dell’Office of Scholay Comunication. Grazie alla disponibilità degli impiegati abbiamo raggiunto facilmente l’ufficio della Kriegsman percorrendo corridoi arredati alla maniera ottocentesca e ricchi di fotografie dei prestigiosi studenti che si sono formati nel prestigioso ateneo. La direzione della biblioteca di Harvard
9 prima domanda rivolta alla Kriegsman è dedicata al modo in cui i docenti hanno accolto l’OA. Questa la risposta: «Noto nella maggior parte dei casi un atteggiamento positivo e favorevole, molti sono felici di collaborare.
Occorre però fare delle precisazioni: vi sono dei settori, la Fisica e le scienze cosiddette dure, che conoscono già una consolidata tradizione di pubblicazione in OA ed è quindi scontato che ci è più facile reperire contributi in queste ambiti disciplinari. Molti di questi ricercatori sono abituati a pubblicare in OA i propri papers ed è quindi chiaro che tale cultura facilita il nostro lavoro. Abbiamo viceversa esempi di altri settori in cui l’OA è meno radicato e che quindi richiedono più tempo per vedere crescere la mole di contributi depositati. Devo comunque dire che in linea di massima non riscontriamo un atteggiamento ostile da parte degli addetti ai lavori dei settori neofiti». Alla domanda su come convincere gli scettici ad abbracciare l’OA la program manager ha risposto: «Abbiamo iniziato tenendo conferenze informative rivolte a gruppi molto estesi e folti per far conoscere questo movimento al più ampio numero possibile di ricercatori, dopodiché abbiamo promosso incontri con delegazioni sempre meno composite, fino ad arrivare a confronti individuali. Nei meeting face to face si ha modo di rispondere in maniera approfondita e soddisfacente alle molte domande poste dai ricercatori maggiormente interessati.
Riguardo gli scettici posso dire che Harvard è un’università abbastanza grande da non doversi preoccupare di convincere tutti i ricercatori. Potendo disporre di un ampissimo numero di studiosi non siamo preoccupati di convincere tutti gli addetti lavori a collaborare con noi: la grande mole di ricercatori alla quale ci rivolgiamo ci consente di ottenere un buon numero di consensi riguardo la pubblicazione in OA senza dover insistere eccessivamente con i colleghi poco sensibili al nostro movimento. Preferiamo quindi dedicare maggiore attenzione e spendere più tempo con chi è interessato anziché perderne cercando di convincere gli scettici. Fino ad ora questa politica si è rivelata efficace.» Quando chiediamo come venga valutato l’ammontare di contributi depositati in DASH ci viene risposto che «l’archivio è ancora giovane ed è presto per fornire dati numerici riguardo il materiale digitale custodito. Ciò avviene anche perché l’Università di Harvard non ha una wide way imposta dall’alto e ogni struttura gode di grande libertà in ambito di auto archiviazione e valutazione del proprio operato. Non vi è uniformità imposta da un ente preposto ed attualmente i dipartimenti sono molto indipendenti in materia.
Abbiamo registrato un interesse crescente ed un numero di contributi in continuo aumento che ci fa ben sperare per il futuro, anche se a causa della natura del nostro archivio non ci è possibile fornire informazioni di natura globale. Al momento questa è la situazione, forse in futuro riusciremo a mettere assieme tutto il materiale e ad avere una gestione più accentrata della risorse digitali depositate.»
Sul tema inerente i costi dell’IR ed i finanziamenti la Kriegsman risponde: «Abbiamo tre persone e mezzo che lavorano per questo ufficio (il mezzo è riferito al direttore Schieber che insegna presso la scuola di Ingegneria e di Scienze computistiche di Harvard) e che sono sostanzialmente degli informatici.
Essendo questo ufficio un distaccamento della Biblioteca Centrale di Harvard i finanziamenti ci provengono dai fondi destinati a quel settore dell’Università.» Una tematica, questa delle opportunità lavorative connesse all’amministrazione degli archivi istituzionali su cui la Kriegsman offre una panoramica: «Abbiamo attualmente 6 studenti che lavorano per noi. L’impegno richiesto è di 7-10 ore settimanali delle quali 2 vengono passate fisicamente in ufficio per aggiornamenti, addestramento tecnico ed in generale formazione oppure per svolgere mansioni sotto la nostra supervisione.
Questi studenti si occupano anche di depositare i contributi nel nostro archivio ed in generale offrono un servizio prezioso ed importante. Nelle altre ore, facendo noi capo alla Biblioteca Centrale di Harvard, gli studenti possono essere chiamati a svolgere altri compiti di varia natura che sono comunque sempre inquadrati nell’ambito del miglioramento del patrimonio e dell’attività bibliotecaria della nostra Università».
valerio.bianconi88@gmail.com
1 Il sito internet dell’Office of Scholary Comunication è: . La stesura del presente contribuito è stata resa possibile grazie ad Andrea Capaccioni, Tom Dodson, Susan Kriegsman e Peter Suber.
2 Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Research_Works_Act.
3 Sull’argomento segnaliamo: http://www.dailykos.com/story/2012/01/12/1054063/-Keep-Public-Science-Public-Kill-HR-3699; http://www.forbes.com/sites/techonomy/2012/01/17/democrat-maloney-and-republican-issa-ally-to-hurt-science-and-help-companies/; http://http://linguisticanthropology.org/blog/2012/01/13/research-works-act-h-r-3699/; http://http://scienceblogs.com/seed/2012/01/hr_3699_threatens_free_publica.php; http://scienceblogs.com/digitalbio/2012/01/how_much_does_it_cost_to_get_a.php.
4 Cfr http://oad.simmons.edu/oadwiki/Unanimous_faculty_votes,
sito segnalato da Suber.
5 Cfr. il blog di Suber che contiene molte informazioni dettagliate da fornire http://bit.ly/oa-overview



