Il tempo che serve. Un convegno su biblioteche e Health Humanities a Roma.

L’Istituto superiore di sanità (Biblioteca e Laboratorio di Health Humanities/RARE), insieme alla Sapienza Università di Roma (Dipartimento di Lettere e culture moderne), hanno promosso il convegno “Biblioteche e Health Humanities: giovani, lettura e nuove forme di welfare per la salute”, realizzato in collaborazione con l’Associazione Italiana Biblioteche e il Cultural Welfare Center.

L’incontro rappresenta la naturale prosecuzione del convegno dello scorso anno (“Biblioteche e Health Humanities: un’alleanza per la salute”, Roma, ISS, 5 dicembre 2024) e si è confermato come spazio di dialogo e confronto per promuovere le Health Humanities nelle biblioteche italiane.

Partendo da solide basi teoriche e valorizzando esperienze già attive sul territorio nazionale e future iniziative internazionali, il convegno si è proposto di coinvolgere sempre più le biblioteche per rafforzarne il ruolo di promotrici di conoscenza ed equità sociale.

Quest’anno i responsabili scientifici del convegno – Amalia Egle Gentile e Vittorio Ponzani (ISS) e Chiara Faggiolani (Sapienza) – hanno scelto di porre al centro i giovani, condividendo con loro le riflessioni della giornata anche attraverso la creazione di uno Youth Board che ha affiancato il comitato scientifico nei lavori.

Di questo Youth Board ha fatto parte Virginia Mellace, studentessa universitaria, che in questo articolo racconterà la sua esperienza e condividerà le sue riflessioni sui temi del convegno.

Ci sono eventi che si esauriscono nel momento in cui terminano, ma ce ne sono altri che continuano a risuonare nelle orecchie di chi ha ascoltato, come se i concetti avessero bisogno di tempo per depositarsi. Biblioteche e Health Humanities: giovani, lettura e nuove forme di welfare per la salute è stato, per me, proprio questo, non perché mi abbia fornito risposte definitive, ma perché mi ha costretta a riflettere su delle idee che davo per acquisite, forse addirittura per scontate.

Uno dei concetti affrontati che mi è rimasto più impresso, anche a distanza di settimane è quello del tempo. Si è parlato a lungo, sia durante la giornata vera e propria, sia durante i giorni di preparazione ad essa, di come questa parola possa inglobare tante sfumature diverse, a partire dal tempo dedicato alla lettura, fino ad arrivare a quello della cura personale, il tempo dedicato ai giovani, ma soprattutto quello necessario in un certo momento della propria vita per costruire e dar forma alla nostra essenza e a ciò che diverremo. Credo sia stato fondamentale porre una certa attenzione su ciò, soprattutto per via della quotidianità che ci ritroviamo a dover fronteggiare, perennemente in balia della fretta e dell’obbligo di dover performare al fine di non sentirci lasciati indietro.

Ascoltando i vari interventi presentati durante la giornata, mi sono resa conto di quanto il disagio che spesso viene attribuito ai giovani sia certamente di matrice psicologica e sociale, ma di come affondi le radici anche in un nucleo temporale: parlare dei ragazzi come “divenenti” ha rappresentato uno spostamento importante: non una categoria anagrafica, ma una condizione esistenziale, ossia quella di chi si trova in un passaggio, senza che questo venga realmente riconosciuto come tale. Il problema non risiede nell’instabilità in sé, ma nel fatto che venga vissuta come un difetto da correggere rapidamente, invece che come una fase che richiede accompagnamento e ascolto, ma soprattutto possibilità di tentativi e di errore. In questo senso, la difficoltà di immaginare il futuro, quella che è stata definita afuturalgia, non mi è sembrata un concetto astratto, bensì una descrizione molto concreta di un sentimento diffuso. Viviamo in un presente saturo, in cui il tempo è sempre pieno ma raramente abitabile. Tutto deve accadere subito, deve essere visibile e condivisibile e spesso, per sfuggire a questa realtà, se ne crea una fittizia online, per darsi l’illusione di stare al passo con tutto. In questo scenario, la lettura appare quasi come un gesto controcorrente, poiché richiede silenzio e immersione, ma soprattutto che le si dedichi un periodo non immediato.

Proprio durante questo passaggio, anche e soprattutto grazie all’intervento di Vittorio Ponzani e Chiara Faggiolani e successivamente di Amalia Egle Gentile, la mia visione riguardo alle biblioteche ha preso una nuova forma. Da luoghi dedicati alla promozione e alla pratica della lettura, si sono evolute in spazi che legittimano un rallentamento temporale, dove non si è chiamati a dimostrare e a produrre rapidamente, bensì realtà dove è ancora possibile fermarsi e concedersi il privilegio del rallentamento, senza però sentirsi lasciati indietro. Da giovane lettrice, ma anche da studentessa e in primis da cittadina che attraversa quotidianamente spazi iper-competitivi, mi sono resa conto pienamente di quanto questa funzione sia tutt’altro che secondaria: la biblioteca non rappresenta solo un servizio, ma un vero e proprio luogo nel quale si può entrare senza dover spiegare perché si è lì, dove il tempo non è ottimizzato, ma scorre nelle mani di chi ne vuole usufruire, offrendo uno spazio sicuro. Le riflessioni che sono state fatte nel corso del convegno sulla lettura come pratica di cura hanno rafforzato questa tesi. Non se ne è parlato come di uno strumento salvifico o di soluzione ai problemi, bensì come dispositivo relazionale; quando questa attività diventa condivisa o accompagnata può diventare un ambiente dove è possibile riconoscersi, riflettere sulle proprie emozioni e costruire un linguaggio comune, al fine di rendere la fragilità più abitabile e sostenibile.  

Ciò che mi ha colpita è che, in tutte le esperienze raccontate, la cura non passava mai da una prescrizione dall’alto, ma da una costruzione d’insieme. Essa non veniva proposta come un obbligo, poiché veniva sempre interpretata come possibilità e questo principio vale anche per le biblioteche, che funzionano davvero come luoghi di benessere quando non chiedono di aderire a un modello, ma offrono uno spazio in cui stare. Per persone come me, che sono nate e cresciute con una malattia rara, questa consapevolezza ha sempre significato tanto durante la crescita. Sarà anche vero che ad alcuni mali non esiste cura, ma in qualche modo si può rimediare alla solitudine e alla marginalità che queste condizioni spesso provocano, fornendo attraverso i libri e agli spazi comuni degli strumenti di sostegno psicologico durante i momenti difficili. Si è parlato a lungo del concetto di empatia e sono convinta, soprattutto dopo aver osservato le reazioni che il mio racconto personale e quello degli altri ragazzi hanno suscitato, che se si riuscisse a creare più impegno civile sul piano umano, probabilmente molte persone come me potrebbero in futuro vivere la propria evoluzione con meno fatica, sentendosi più accolti, ma soprattutto meno invisibili agli occhi di chi spesso preferisce non vedere. In questo senso, parlare di biblioteche come infrastrutture di welfare culturale significa riconoscere che il benessere non è solo una questione sanitaria o individuale, ma anche relazionale e soprattutto culturale. Significa accettare che la salute debba necessariamente passare anche attraverso il modo in cui una società organizza i propri spazi, il proprio tempo e le possibilità di incontro per chi parte svantaggiato.

La parte pomeridiana ha rappresenttato a pieno il momento in cui i concetti hanno definitivamente perso astrattezza, trovando una forma concreta nelle esperienze raccontate. Il punto cardine credo sia stato chiedersi in quali specifiche condizioni la lettura potesse tramutarsi in strumento di cura. Ascoltando l’esposizione dei vari progetti, mi sono resa conto che ciò che li rendeva significativi andava oltre la loro originalità e la loro riuscita in termini di risultati misurabili; quello che realmente ha lasciato il segno è, invece, la cura e attenzione con cui sono stati costruiti i contesti attraverso relazioni umane e spazi sicuri e protetti. In esperienze quali Come in uno specchio, la lettura appariva come un luogo di riflessione condivisa, in cui il testo diventava un tramite per entrare in contatto con sé stessi e con l’altro, senza che questo incontro fosse forzato o finalizzato a un esito preciso. Un’impressione simile mi ha accompagnata ascoltando il racconto di Storie condivise, dove la scrittura e la lettura si intrecciano a esperienze di malattia e vulnerabilità. Anche qui, ciò che restava non era l’idea di una narrazione che salva, ma la possibilità di trasformare un vissuto difficile in qualcosa che può essere condiviso e accolto da chi ascolta, al fine di creare una testimonianza di un qualcosa che altrimenti passerebbe in sordina. La lettura, in questo senso, non cancella la fragilità, ma la rende meno angusta sottraendola all’isolamento. Ancora diverso, ma altrettanto rivelatore è stato il racconto di esperienze nate in biblioteche per ragazzi in contesti periferici, come Bookmood. Qui la biblioteca emerge come uno spazio in cui non si entra solo per ricevere, poiché diventa un luogo di aggregazione per sfuggire a contesti sociali svantaggiati e trovare una propria dimensione. Mi ha colpito come, in queste situazioni, il benessere non venga mai nominato esplicitamente, eppure sia presente in filigrana nella possibilità di costruire legami e, soprattutto, nel sentirsi riconosciuti e trovare un proprio posto.

Al termine di questa esperienza ho avuto la sensazione che la sfida più grande non sia inventare nuove pratiche, bensì rendere più diffuse e visibili quelle che già possediamo, spesso affidate alla buona volontà di singoli operatori e comunità. La domanda che mi porto dietro da quel giorno non riguarda tanto il futuro degli ambienti bibliotecari e delle comunità di lettura, quanto se sarà mai possibile aumentare il tempo che come società siamo disposti a dedicare alle persone fragili, soprattutto ai più giovani. Siamo effettivamente ancora in grado di immaginare uno spazio e un tempo nei quali non sia necessario competere per un risultato? O magari di collocare il valore di un momento nella possibilità di esistere e viverlo a pieno? Se le biblioteche possono rappresentare una spinta verso tutto ciò, allora non si parla più di promozione della lettura in sé, ma di una rivendicazione di un’umanità più autentica e di un contributo ad una forma più inclusiva di benessere e convivenza.  

Link al convegno https://www.iss.it/-/convegno-biblioteche-health-humanities 

Virginia Mellace, virginiamellace@icloud.com