Leggere a scuola.
Quest’anno ho lavorato in due classi seconde dell’Istituto Tecnico “Primo Levi” di Quartu Sant’Elena, in provincia di Cagliari. Leggere a scuola è, secondo me, un momento fondamentale di condivisione con i ragazzi. Ma è anche un cammino in salita: un’attività che gli studenti vedono spesso con sospetto, ritenendola noiosa e faticosa.
Avevo bisogno di catturarli, di proporre loro qualcosa che li disorientasse, li incuriosisse e dimostrasse che dietro la fatica della pagina scritta si celano mondi di cui loro stessi hanno bisogno. Così ho proposto Stefano Benni. Ho scelto la brevità dei suoi racconti per agganciarli, l’arguzia delle sue storie per sorprenderli, la leggerezza delle sue parole per intrigarli. Siamo entrati nei testi e li abbiamo manipolati. Abbiamo riscritto il finale di alcuni racconti selezionati perché i ragazzi potessero sentirsi protagonisti attivi della pagina scritta. Benni è diventato così un ponte di dialogo, confronto e — soprattutto — di raccordo con il più ostico Manzoni.
Perché proprio Manzoni? Volevo che i ragazzi si muovessero tra diverse epoche, testi e linguaggi, ponendosi in un’ottica di analisi e confronto. Volevo che si domandassero se e cosa piacesse loro, e perché. Ma con Manzoni la sfida era capire come leggerlo e cosa farne. La sua fama lo precede: migliaia di studenti alzano gli occhi al cielo al solo nominarlo perché, almeno una volta nella vita scolastica, ci si sono scontrati.
Per riuscirci occorrevano due prerequisiti fondamentali. Il primo era la relazione tra docente e studenti. Era necessario che i ragazzi si fidassero di me, sapendo che avremmo affrontato un viaggio all’interno di quest’opera con un approccio diverso dal solito. Il secondo era affrontare l’opera in un’ottica laboratoriale; volevo che i ragazzi diventassero i veri protagonisti della storia.
Così, dopo aver inquadrato autore e contesto, siamo entrati nelle vite dei personaggi e nella trama per riscriverli, reinventarli e dare loro una voce nuova, proveniente dall’oggi e dallo sguardo degli studenti. Ho chiesto alla classe di scegliere un personaggio o di rielaborare il finale attraverso la manipolazione del testo. La cosa straordinaria è stata che i ragazzi non hanno scelto a caso, ma lo hanno fatto in base a sensibilità, immedesimazione, sogni e rivalsa.
Fra Cristoforo è divenuto il monito per chi sa di aver già commesso qualche passo falso, conosce la fatica della retta via dopo aver praticato il fango, eppure ne avverte ancora il richiamo. Un personaggio che parla a chi non si sente ancora del tutto in salvo da sé stesso. Lucia ha parlato di autodeterminazione e scelta: non attende, decide — e in quella decisione molti ragazzi hanno riconosciuto qualcosa che volevano per sé. La Monaca di Monza è stata finalmente liberata: le è stata consegnata una vita nuova che la ripagasse di un destino segnato e non scelto, come se le ragazze (è stata una scelta al femminile), volessero restituirle ciò che la storia le aveva tolto. Tra i finali alternativi, è emersa la visione nichilista di un ragazzo smarrito, senza slanci verso il futuro, che ha consegnato un testo cupo e senza salvezza; in un altro, invece, si avvertiva la ricerca di un equilibrio, in cui il giovane autore si fa dire, attraverso Renzo e Lucia, che c’è speranza anche dopo la fine di un amore.
I personaggi dei Promessi sposi sono entrati in consonanza con i ragazzi, facendosi tela bianca su cui potersi raccontare, aprire, leggere e sognare. Il progetto è stato chiamato “Manzoni mirroring” su suggerimento di un caro amico e collega, e mai titolo fu più indovinato.
Per cambiare una storia la devi conoscere. Per scrivere una storia devi starci dentro. Leggendo i lavori degli alunni mi sono resa conto, ancora una volta, di quanto i classici abbiano da dire ai nostri ragazzi. Ciò che serve è una guida che li accompagni con rispetto, fiducia e quella leggerezza di cui scriveva Calvino — capace di portarli a contatto con i padri della letteratura in modo attivo e partecipato.
A scuola abbiamo riso con Stefano Benni, frequentando i suoi mondi bislacchi e solo in apparenza semplici. Con Manzoni ci siamo rispecchiati in personaggi archetipici che parlavano di noi molto più di quanto immaginassimo.
Alla fine di questo percorso, credo che i ragazzi abbiano scoperto nella lettura un momento di svago e di confronto, un tempo “altro” rispetto a quello, fin troppo praticato, dei social e delle iperconnessioni. Resta una riflessione aperta: so di alcune studentesse — e va notato che sono state solo ragazze — che sono andate in biblioteca a cercare libri che restituissero loro quel tempo lento che l’era digitale ha cannibalizzato. Vale la pena chiedersi perché i maschi, almeno per ora, sembrino restare fuori da questo movimento. Forse è la prossima sfida didattica.
Viviana Violo, docente Istituto Tecnico “Primo Levi” di Quartu Sant’Elena (CA)

Immagine presa dal sito del Centro per il libro e la lettura



