Leggere i Promessi sposi? Sì/No. Quando – 1

Con questi due interventi, rispettivamente di un docente universitario di Letteratura italiana e di una bibliotecaria, intendiamo inaugurare uno spazio di discussione che prenda lo spunto dalla polemica che si è sviluppata intorno al dilemma: “lettura dei Promessi Sposi al biennio delle superiori o più tardi?”, tenendo presente il ruolo delle biblioteche. L’invito che rivolgiamo a tutti è quindi quello di contribuire con considerazioni anche (ma non necessariamente) brevi o brevissime. Da questi due primi contributi il problema sembra essere quello più generale della lettura (a scuola e fuori), pratica che vedrebbe l’Italia agli ultimi posti in Europa. La sensazione che si ricava è che il problema della difficoltà del testo sia mal posto. Ad esempio, se si approccia la lettura dal punto di vista neurologico, tutti gli studi ci dicono che imparare a leggere (e a scrivere) comporta un coefficiente di difficoltà altissimo. In sostanza un bambino affronta in diciotto mesi un percorso che la specie homo sapiens ha coperto in 10.000 anni. E’ un investimento da non perdere! Le difficoltà di sviluppare e consolidare questa pratica negli anni dell’adolescenza ci sono senz’altro. Già Richard De Bury, nel suo Philobiblon (1344) lamentava il fatto che tanti giovani abbandonassero gli studi. Ma, prendendo spunto dal  pensiero di un grande storico, amico delle biblioteche, scomparso proprio in questi giorni, Carlo Ginzburg, che esaltava l’opportunità di perdersi quasi per caso tra gli scaffali (reali o virtuali, poco importa) e i cataloghi di una biblioteca, suggerirei alla scuola di facilitare percorsi di approccio a letture, magari sbagliate (ammesso che ce ne siano) magari frutto appunto del caso, ma ricche del fascino della scoperta personale. Le nuove tecnologie oggi offrono la straordinaria possibilità di smontare e rimontare un libro. Ma un testo è anche l’esempio di una continuità nel tempo. Una volta esaurita la fase di preparazione, Manzoni licenziò una versione, che è quella che noi leggiamo oggi. Anche questo ha un potenzialità educativa, visto che nel mondo della comunicazione si può allegramente negare quello che si è detto ieri, sottraendosi al peso delle proprie responsabilità (esempi illustri non mancano, anche molto in alto). La lettura, quella “profonda” di cui parla Maryanne Wolf, ci consente anche di rallentare il tempo, in un’epoca in cui l’unico valore sembra essere la rapidità (quindi anche la precarietà). Per tornare un attimo al romanzo di Manzoni: non ci dimentichiamo che in fondo è anche la storia della tentata violenza ad una giovane donna. Il fatto che sia una vicenda ambientata nel Seicento, filtrata dal racconto di uno scrittore dell’Ottocento, non ne diminuisce affatto la drammatica contemporaneità.

Lorenzo Baldacchini, redazione di AIB notizie


Il fatto stesso che si ponga il problema dell’adozione di un testo sulla base non della ‘qualità della scrittura’ ma della ‘difficoltà di lettura’ mi sembra cosa grave in sé. Da ultima spiaggia o, che è lo stesso, da scuola chioccia in dialogo con una famiglia chioccia. Il romanzo di Manzoni può piacere o non piacere, risultare facile o difficile, ma in una scuola ‘normale’, dove la lettura è una pratica non episodica e dove la biblioteca è un’estensione dell’aula, il confronto con un testo, tanto più se “difficile”, non dovrebbe essere mai un problema. Le cose sono diverse – diverse radicalmente – se tutto si gioca su un solo testo. Ma a quel punto, si leggano o non si leggano i Promessi Sposi, le cose non cambieranno. Con buona pace di don Lisander.

Paolo Procaccioli, già docente di Letteratura italiana all’Università della Tuscia


Intervengo nella controversia su “Manzoni al secondo anno o al quarto?” come bibliotecaria, a partire da un intervento esplicativo del professor Claudio Giunta pubblicato dal Post lo scorso 25 aprile, che conclude: “Si tratta semplicemente di prendere atto del fatto che molte cose sono cambiate, dall’anno 1870 a oggi (…) e che forse è opportuna qualche piccola rettifica (o qualche libertà in più) nella dieta scolastica di questo Paradiso dell’Umanesimo dove «Renzo e Lucia sono dentro di noi» e i classici ci stimolano «col loro pungiglione», e che nella lista dei paesi europei, alla voce lettori abituali, occupa saldamente il terzultimo posto davanti a Cipro e alla Romania”.

Questa interdipendenza dichiarata tra lo studio della letteratura e l’educazione alla lettura è per me un nodo cruciale, in un paese di non lettori. Certo non si legge Manzoni (in seconda o in quarta superiore che sia) né qualsiasi altro classico della letteratura per tirar su una classifica: non è compito della lettura dei classici a scuola plasmare lettori. Se così fosse, visto che questa “dieta scolastica” è in vigore da un bel po’, i lettori abituali dovrebbero essere stati, almeno in passato, molti, molti di più. Visto che così non è, forse, per prima cosa, teniamo distinti lo studio della letteratura dalla promozione della lettura; su questo tornerò più avanti, affrontiamo intanto la questione Manzoni.

A mio parere, la lettura dei classici della letteratura italiana a scuola è, oltre che una parte consistente della cultura generale che la scuola dovrebbe offrire a chi la frequenta, un’occasione di incontro con testi che tanti (troppi?) cittadini ex studenti non avranno più modo, o tempo, o piacere di incontrare dopo il diploma e per il resto della loro vita. Cito dalle vituperate Linee guida: “Il contatto dell’adolescenza con le fonti della cultura superiore mediata dalla scuola è decisivo e irrinunciabile perché attraverso di essa il giovane entra in rapporto con un insieme di contenuti che non sono fatti su misura per lui, resistono dunque ad una comprensione immediata e per questo esigono misura, sforzo e tempo”.

Oggi, come trenta  o sessanta anni fa, l’approccio ai classici richiede uno sforzo e passa attraverso una mediazione da parte dell’insegnante, comunque: se gli studenti fossero in grado di accedere a una prima lettura dei Promessi Sposi senza un’insegnante a far loro da guida, forse non avrebbero bisogno di andare a scuola.

La mia sensazione inoltre è che lo spostamento della lettura de I Promessi Sposi dal secondo al quarto anno significhi più che altro dichiarare che i nostri ragazzi in seconda, poverini, non ce la  fanno a comprendere un testo così complesso e lontano dalla loro sensibilità; magari (ma non ne possiamo essere certi) al quarto anno sì. Questo non mi piace, e non è continuando a semplificare che si risolve un problema di preparazione e competenze.

Dichiarare che questa generazione sia meno in grado di recepire, ripeto: con un accompagnamento, un testo complesso come i Promessi sposi, vuol dire forse che gli avi di questi ragazzi erano così vicini socialmente e culturalmente a Manzoni da non avere problemi interpretativi? Vorrei sentire il parere di qualche nonna o nonno, studente negli anni Cinquanta/Sessanta, su quanto abbia compreso all’impronta il famigerato “Quel ramo del lago di Como che volge a Mezzogiorno”.

Il ragionamento alla base della proposta di spostamento dell’età in cui affrontare la lettura di Manzoni trova poi contraddizione in sé proprio nelle linee guida (sezione: obiettivi specifici di apprendimento, letteratura, primo biennio de Liceo): “Per fare in modo che gli studenti imparino a conoscere subito, sin dal primo anno della scuola secondaria superiore, la letteratura moderna e contemporanea, si raccomanda la lettura integrale di almeno sei libri (tre all’anno), italiani o stranieri, scelti da una lista che può contemplare, a puro titolo d’esempio: Alberto Moravia, Aldo Palazzeschi…Daniel Defoe, Jonathan Swift…. Lev Tolstoj, Fëdor Dostoevskij… Shirley Jackson e Stephen King”. 

Breve inciso su questo elenco esemplificativo di 45 proposte di cui solo 7 donne: non ci sono giustificazioni nella premessa “è solo un esempio”: trattandosi di linee guida ministeriali e considerato che l’esempio è  “un modello da imitare” si è persa un’ottima occasione per ricordare al corpo docente qualche decina di buone autrici in più da far comparire nel canone.

Tornando al tema, domando: perché si considerano Daniel Defoe (1660-1731) o Jonathan Swift (1667-1745) più alla portata degli studenti di Alessandro Manzoni (1785-1873)? Davvero, a parte le questioni anagrafiche, si possono considerare “libri meno complessi dal punto di vista linguistico”?

Vengo quindi a quello ho più a cuore e cioè il tema della educazione, o promozione, della lettura a scuola, che mi riguarda più da vicino dal punto di vista professionale.

La lettura dei classici, ribadisco, non crea nuovi lettori in automatico, e non basta, non può bastare inserire Ammanniti, Starnone o Stephen King, unici tre autori viventi in una pletora di autori morti, per convincermi che lo studio dei classici coincida con la promozione della lettura. Può esserne un corollario, un traguardo; i classici della letteratura (non solo italiana) potranno essere un ingrediente, per quanto prelibato, della dieta dell’onnivoro lettore fortissimo, ma qualcuno vorrebbe forse dichiarare che un fruitore appassionato e costante di narrativa contemporanea, di fumetti, di saggistica, non debba essere annoverato tra coloro che si fregiano titolo di lettore, se non legge i classici? Qui si parla di gusti personali. 

Il punto che vorrei sottolineare con forza è che in Italia manca una vera promozione della lettura a scuola, intesa come diffusione virale del piacere che leggere può dare, per i più svariati motivi: perché fa riflettere, sì, certo, ma forse anche perché fa vivere vite ed emozioni mai provate, sognare, divertire, evadere, soffrire…?

Certo, tutte queste sensazioni possono essere connesse alla lettura dei Promessi Sposi, dell’Iliade o di un sonetto di Shakespeare, ma non è detto che ciò avvenga in automatico, né che si sia già sviluppato, alle scuole superiori, l’interesse e la sensibilità per affrontare queste letture per piacere.

Esse, fino a prova contraria, sono un obbligo, un compito: quanto di più lontano dal piacere che vorremmo tutti provassero nella lettura libera. Mai come in questo frangente occorre ricordare Daniel Pennac, il suo “il verbo leggere non sopporta l’imperativo” Vi sfido ad affermare che la lettura di qualsiasi testo del “canone” possa avere queste caratteristiche per la maggior parte degli studenti di scuola superiore, impegnati da un lato ad apprendere, dall’altra a fiorire come esseri umani – con passioni, progetti, dolori talmente contemporanei da essere considerati fuori della comprensione non dico di persone vissute secoli prima, ma dei loro genitori o insegnanti.

Per promuovere la lettura davvero occorre svincolarla dall’obbligo scolastico, dal programma, dalla letteratura, e lasciare ai ragazzi spazi liberi di scelta e condivisione delle letture che più li attirano. Occorre trasmettere agli studenti quanto sono attraenti le storie, quante passioni possono risvegliare quanto lontano ci possono portare, e questo non avviene durante l’ora di letteratura italiana, men che meno con l’obbligo di lettura di uno o dieci libri al giorno o all’anno.

Bisognerebbe adottare a livello nazionale un programma lungimirante e davvero efficace come Read More, nato all’interno del Festivaletteratura di Mantova, che ha l’obiettivo di “dedicare venti minuti al giorno, per tutto l’anno, alla lettura libera all’interno della normale attività scolastica, per far sì che la lettura diventi per ragazze e ragazzi un’abitudine quotidiana, un piacere svincolato da imposizioni, obblighi o giudizi”.

Tornando alle parole iniziali di Claudio Giunta: questo servirebbe per innalzare il numero di lettori in Italia. Manzoni è solo un capro espiatorio. Non confondiamo la proposta di spostare da un anno all’altro la lettura di un classico con la necessità di far scoprire agli studenti quanto sia bello leggere. 

Maria Chiara Sbiroli, bibliotecaria, responsabile della Biblioteca Trisi di Lugo di Romagna