Biblioteca e libri come spazio di accesso alla cultura, come strumento di crescita personale, come occasione di confronto e di nuove possibilità contro la diseguaglianza e l’emarginazione sociali. Sono stati questi i temi al centro della giornata «Liberi tra le righe. I libri nello spazio del carcere», promossa dal Circolo dei Lettori della Dozza e ospitato il 10 ottobre 2025 presso il Dipartimento di Filologia classica e Italianistica (FICLIT) dell’Università di Bologna, in collaborazione con AIB Emilia-Romagna e con la Biblioteca Salaborsa del Comune di Bologna. L’iniziativa, tenutasi il 10 ottobre, è stata curata dal professor Giacomo Ventura, docente di Letteratura italiana nel FICLIT.
Una giornata intensa, articolata in due sessioni, in cui i docenti, studenti universitari e bibliotecari si sono confrontati sul ruolo cruciale del libro e della lettura in carcere, intesi sia come risorsa educativa sia come mezzo di crescita interiore, fondamentale per sviluppare la conoscenza del mondo esterno e quella di se stessi, all’interno degli istituti penitenziari.
Nel corso della mattinata, coordinata dal professor Paolo Tinti (docente di Bibliografia all’Università di Bologna e Presidente della Sezione AIB Emilia Romagna), è stato approfondito il ruolo dell’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) in rapporto alle biblioteche carcerarie. Si è sottolineata la centralità dell’Associazione, attivamente coinvolta nella promozione e nel coordinamento dei servizi bibliotecari, nelle biblioteche pubbliche e in quelle presenti all’interno degli Istituti penitenziari. AIB sostiene da anni la necessità che nelle biblioteche carcerarie operi personale formato, perché solo con competenze specifiche si possono garantire un servizio di qualità e un reale supporto al percorso di crescita dei detenuti attraverso la lettura e il libro.
Francesca Cadeddu, coordinatrice del Gruppo di studio sulle biblioteche carcerari e segretario generale AIB, a pochi giorni dal convegno tenutosi a Nuoro su «La funzione rieducativa della pena. Biblioteche in carcere», ha ribadito l’importanza delle biblioteche come strumenti di reinserimento sociale, in linea con l’articolo 27 della Costituzione e con le più recenti esperienze italiane. Cadeddu – fautrice del Protocollo d’intesa tra Amministrazione penitenziaria, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Associazione Nazionale dei Comuni Italiani e L’Associazione Italiana Biblioteche per la promozione e gestione dei servizi di biblioteca negli istituti penitenziari italiani, rinnovato nel 2023 – ha ripercorso esempi italiani che mostrano
l’urgenza di riconoscere e sostenere il ruolo delle biblioteche come presidi educativi e culturali, integrati nella comunità penitenziaria, in grado di contribuire al percorso di reinserimento sociale dei ristretti. Si è soffermata, in particolare, su esperienze realizzate in Sardegna, che hanno efficacemente promosso e consolidato il dialogo tra l’ambito carcerario e la comunità esterna.
La mattinata ha messo a confronto altre esperienze italiane molto significative: quella in corso presso la Casa Circondariale di Rimini, presentata da chi scrive; il sistema regionale delle biblioteche carcerarie della Regione Marche, ripercorso da Lorenzo Sabbatini; quella della Biblioteca del Carcere della Dozza, dove è stata depositata la biblioteca del criminalista Massimo Pavarini (1947-2015), ordinario di Diritto penale all’Università di Bologna, beneficiaria del legato dei libri, animata da Margherita Maestrelli e Lorenzo Mazza, giovani giuristi dell’Alma Mater. Dal loro dialogo con il giurista Davide Bertaccini, allievo di Pavarini, è emersa con forza la richiesta di un modello di biblioteca penitenziaria non marginale né residuale ma orientata a standard internazionali. In primis alle Linee guida delle biblioteche carcerarie di IFLA ma pure al Manifesto UNESCO della biblioteca pubblica: raccolte aggiornate, accesso garantito a tutti, personale formato, connessioni forti con il territorio e il mondo accademico. Una biblioteca orientata alla rieducazione e al reinserimento, una biblioteca “per tutti”, quindi, anche in carcere, capace di farsi ponte fra dentro e fuori, tra l’oggi e il possibile.
Con tali premessi si è aperta la sessione pomeridiana, mediante uno sguardo internazionale, portato dai professori Juan Pablo Parchuc e Cynthia Bustelo, dell’Universidad de Buenos Aires (UBA). Il loro intervento ha raccontato l’esperienza del programma UBAXXII, attivo da oltre vent’anni nelle carceri federali argentine, e in particolare la realtà del Centro Universitario di Devoto. Si tratta di un polo formativo d’eccellenza, atto all’interno del carcere e oggi pienamente istituzionalizzato. Al suo interno convivono la biblioteca, corsi di formazione universitari, il sindacato dei lavoratori e la radio, oltre a una variegata offerta formativa di attività connesse. I servizi sono autogestiti dai detenuti, in collaborazione con le istituzioni. Parhuc e Bustel, in dialogo con Luca Decembrotto e Giulia De Rocco dell’Alma Mater, hanno esposto un modello in cui la partecipazione attiva diventa parte integrante del percorso di formazione e reinserimento, ben raccontato anche nel recente volume miscellaneo Escribir en la cárcel: prácticas y experiencias de lectura y escritura en contextos de encierro (Buenos Aires: Editorial de la Facultad de Filosofía y Letras Universidad de Buenos Aires, 2020).
Al centro di tutto, la biblioteca, che non è solo un servizio accessorio ma un vero e proprio presidio culturale: spazio di studio ma anche luogo di confronto, riflessioni e cittadinanza. La sua importanza è riconosciuta anche a livello internazionale; la Regola delle United Natios Standard Minimun Rules for the Tratment of Prisoners (sin dal 1955) stabilisce infatti che «ogni istituzione avrà una biblioteca per lo svago, e i detenuti verranno incoraggiati a farne uso»: da tale principio deriva l’obbligatorietà della presenza della biblioteca carceraria entro i luoghi di reclusione anche nell’ordinamento italiano. Questo principio sottolinea il ruolo fondamentale della biblioteca come strumento di riabilitazione e dignità.
È attraverso il libro che si attiva un processo di trasformazione personale sociale. Tra le storie condivise, particolarmente significativa è quello di Gastòn Brossio, ex detenuto e oggi impiegato nella biblioteca della Facultad de Filosofía y Letras dell’UBA. Durante gli anni di detenzione ha scritto e pubblicato libri di poesia, uno dei quali ispirato a un sistema simbolico popolare argentino simile alla nostra smorfia napoletana: a ogni numero corrisponde un pensiero, un’immagine, un’idea. Le sue raccolte, curate e pubblicate da case editrici indipendenti come Borde Perdido, testimoniano come la scrittura possa diventare atto creativo di riscatto e ricostruzione di sé.
Come sottolineato da Parchuc e Bustelo, la scrittura è un’azione sociale, strumento per rompere l’isolamento, combattere lo stigma, prendere parola. Il libro, e più in generale l’accesso alla cultura, è ciò che permette di immaginare un futuro diverso. In questo senso, la biblioteca non è solo spazio fisico, ma passaggio fondamentale per il cambiamento.
Come scrive Maria Zambrano: «Si parla per soddisfare una necessità momentanea (…) nello scrivere, invece, si trova liberazione e durevolezza[1].» Anche nel contesto penitenziario, tra le righe, può nascere una forma di libertà.
[1] Maria Zambrano, Verso un sapere dell’animo, Milano, Raffaello Cortina, 1996, p. 25.
Laura Moretti, AIB Emilia-Romagna













