Il nostro futuro. Domande a Raimondo Di Maio

Raimondo Di Maio è da molti anni uno dei più significativi librai napoletani. Con la sua libreria Dante & Descartes, ubicata nel centro storico della città, rappresenta un punto di riferimento per un grande pubblico di lettori, specialisti e generalisti, giovani e maturi.

Fondatore e titolare dell’omonima casa editrice, nel cui catalogo compaiono autori come Erri De Luca, Domenico Rea, Joseph Conrad, Jack London è un buon amico e mi è parso naturale renderlo partecipe dell’iniziativa che, come “AIB Notizie”, abbiamo voluto avviare in questi giorni difficili. Di seguito alcune domande sulle urgenze dell’ora e qualche tentativo di previsione.

intervista a cura di Ferruccio Diozzi

Moltissime volte, in questi ultimi anni, ci siamo posti la domanda di quale sarebbe stato il futuro del libro o quello della lettura. Ciò in presenza di cambiamenti economici e tecnologici di dimensione epocale che “minacciavano” l’oggetto libro così come siamo stati abituati a conoscerlo. L’epidemia Covid-19 e la necessità di contenerla bloccando l’attività di luoghi pubblici come librerie e biblioteche, introduce elementi drammaticamente dirompenti. Ne verremo a capo?

Daniel De Foe, con il Robinson Crusoe, ci ha insegnato che il libro non può sparire mai, perché anche dopo il naufragio il libro ci aiuterà  a ricordare quello che c’era prima e a immaginare un dopo. Perché questo? Perché il libro è uno straordinario mezzo di libertà e di indipendenza e un libro, direi i libri in generale, ci arricchiscono e rendono migliore la nostra vita.

Come De Foe torna alla nave del naufragio, noi oggi possiamo e dobbiamo tornare al “mondo offeso” dalla modernità, dal senso di caduca onnipotenza che si è generato. Mi rifaccio a questa bella immagine del “mondo offeso” tratto dall’Elio Vittorini di Conversazione in Sicilia perché è quella che meglio rende, a mio modo di vedere, la dimensione attuale: un mondo offeso dalle guerre, dallo smodato desiderio di arricchimento, da chi, anche in questa occasione terribile, ha fatto la corsa per approfittare delle occasioni che si aprivano, magari lucrando sui medicinali o sui dispositivi di sicurezza. Da una situazione peggiore di una guerra dunque da cui noi forse, anche grazie ai libri, possiamo solo uscire migliori. Almeno questa è la mia speranza.

Più volte, nelle fasi iniziali dell’epidemia e quando è parso chiaro che occorreva autolimitarsi per tentare di conservarsi in buon salute, è stato consigliato di rivalutare libri e lettura quasi fossero farmaci o, quanto meno, degli efficaci supporti. Personalmente, pur apprezzando lo scopo sociale di questo invito, sono stato sempre un po’ scettico: la tensione per il contagio in crescita, la preoccupazione per i nostri cari, per i parenti, per gli amici, il dolore per le tante vittime, mi ha reso abbastanza poco capace di leggere, se non in maniera superficiale. Che cosa ne pensi tu? Quale è stata la tua esperienza?

Capisco la tua sensazione, provo qualcosa di simile anche io quando vedo che ho sette o otto pile di libri da leggere, altre cose da fare inerenti la mia attività e su cui sto prendendo tempo, provo quello che definirei una sorta di “svagatezza”. In realtà abbiamo tutti paura di quello che sta succedendo, viviamo una dimensione nuova e preoccupante, per certi versi ci troviamo in un mondo distopico.

Forse quest’esperienza cambierà, anche in meglio spero, il modo di leggere e, vorrei essere polemico, non si andrà più in televisione o su altri media per dire, superficialmente, “io leggo la tal cosa, davvero bella!” Forse di positivo ci potrà essere l’inizio di una “nuova profondità” e, forse, ci sarà un po’ di soddisfazione per il vecchio Wittgenstein che usava dire “quando non si sa cosa dire allora è meglio tacere.”

Leggevo nei giorni passati, tra le molte notizie, dei danni economici che il commercio librario sta subendo e subirà anche dopo la fine dell’epidemia. La situazione italiana era già abbastanza difficile e complessa, con questa drammatica emergenza epocale rischia di andare totalmente fuori controllo, con perdite culturali e sociali enormi. Potete/possiamo pensare di metter in campo delle idee per una “rinascita”?

Naturalmente non ho competenze economiche tali da poter tracciare un piano ma voglio provare a fare un ragionamento sostenuto dal buon senso e da una lunghissima esperienza di libraio e piccolo editore: definire un’indennità per danni economici dell’epidemia è qualcosa ma è molto poco. Sommessamente, ma con decisione, faccio notare che la chiusura completa delle librerie potrebbe essere corretta da soluzioni graduali: i librai, soprattutto le numerose piccole realtà in grande difficoltà, potrebbero essere autorizzati a stare aperti alcuni giorni per un certo numero di ore e ciò aiuterebbe a ristabilire un legame interrotto dalle circostanze tra libraio e lettore   che dobbiamo ricostruire.

Più in generale la crisi derivante dall’epidemia mette in evidenza, a mio modo di vedere, il fallimento del nostro sistema socio-economico, il fallimento del capitalismo diventato turbocapitalismo, le cui crisi non suscitano più distruzioni creative, come notava Joseph Schumpeter ma distruzioni tout court. Aggiungo una notazione di vita:  il blocco quasi totale delle attività ha portato, soprattutto a Napoli, una nuova luminosità che chiamerei “settecentesca”. Non voglio essere frainteso ma è evidente che il modo in cui il capitalismo e gli uomini hanno “attaccato” il mondo non è sostenibile, neppure nel breve periodo.

La comunità professionale dei bibliotecari sta lavorando in mille modi per continuare a sviluppare, nell’attuale situazione di enorme difficoltà, servizi di qualità per gli utenti. Cosa fanno editori e librai? Cosa potrebbero fare?

Bella domanda: i mezzi limitati che molti piccoli operatori hanno rendono difficile anche recuperare dati e informazioni di estrema importanza. Quante volte, consultando siti internazionali, mi trovo davanti alla richiesta di pagamenti per accedere a risorse che sarebbero per me essenziali. Se posso augurarmi qualcosa riterrei importante ri-allocare i budget pubblici, spesso di discreta importanza, dalle molte (troppe?) manifestazioni fieristiche che si tengono oggi in Italia sulla catena del valore del libro e dell’editoria ad iniziative di formazione che aiutino la crescita professionale dei librai. Soprattutto porrei l’attenzione sulle capacità di ascolto e di comprensione delle esigenze dei lettori che i librai devono possedere in sommo grado. Quella “capacità di ascolto” che alcuni autori, tra gli altri la  mia amica, la poetessa milanese Chandra Livia Candiani ha avuto con il suo Ma dove sono le parole? in cui ha stimolato la capacità creativa  di bimbi rom e che possiamo/dobbiamo, io penso, fare nostra.

Per finire, con l’ottimismo della volontà, quale iniziativa editoriale o di libreria o generalmente culturale ti farà piacere sviluppare quando saremo fuori da questo maledetto tunnel?

Beh sono contento di parlare, proprio in questi giorni difficili, di una nuova iniziativa editoriale. Ho pubblicato (ed è andato subito esaurito) il volumetto di Walter Benjamin e Asja Lacis, Napoli porosa. Questo libro mi accompagna da più di quaranta anni, ne acquistai una copia in Germania e cominciai a tradurlo ma il mio tedesco non è certo soddisfacente. Poi un giorno è venuto in libreria un giovane studioso Elenio Cicchini che mi portava i saluti di Giorgio Agamben. Abbiamo parlato anche di Benjamin e lui pure aveva tradotto il lavoro e così, in pochi mesi, è nato il libro che assume le varianti dal dattiloscritto originale del 1924 conservato nel fondo Gershom Scholem della National Library of Israel.

Il volume continua la collana Accapo pensata per accogliere i tanti visitatori che in questi ultimi anni hanno scoperto/riscoperto Napoli, provenendo da ogni parte del mondo. Una collana che spero sia utile per riflettere sulle condizioni della città. Dopo Napoli porosa avremo Domenico Rea, Le due Napoli e poi Alfred Sohn Rethel e tanti altri autori, italiani e stranieri.

Molto bene, grazie per la tua attenzione ed auguri a tutti noi!

Grazie a te, auguri a tutti!